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Mirafiori Lunapark

Pubblicato il 27 agosto 2015 da Alessandro Izzi
VOTO:


Mirafiori Lunapark

Tre simpatici pensionati avevano preso possesso di un po’ di terra vicino alla ex fabbrica FIAT di Mirafiori e ne avevano fatto un piccolo orto spontaneo con qualche pianta di pomodori, un paio di galline e un brandello di casa.
Sentivano che quel pezzo di natura era in fondo anche un poco anche loro dal momento che per tanti anni avevano lavorato in quella fabbrica, con il sudore sulla fronte e la soddisfazione nelle mani per aver costruito delle macchine che erano l’orgoglio nazionale.
Ma gli orti sono abusivi e, per di più, stanno troppo vicino ai campi di golf di altri pensionati FIAT che però già al tempo se la vedevano meglio visto che erano caporeparti e spie del padrone. Devono essere abbattuti e l’intervento delle ruspe è proprio quello che apre Mirafiori Lunapark di Stefano Di Polito, subito dopo un breve frammento di cinegiornale che racconta l’apertura dei cancelli della fabbrica e un prologhetto con una luna felliniana a fare capolino dalle sbarre di quello stesso cancello ormai chiuso e sprangato.

Nel raccontare il successivo tentativo di occupazione di questa vecchia fabbrica che “faceva paura un tempo, ma adesso non più” da parte di questi tre pensionati, il regista sceglie il tono della commedia amara a autunnale che si allunga come un’ombra sul viale del tramonto cercando di toccare le punte dei piedi dei naturali destinatari delle favole dei nonni: i nipotini.
Ed è questa già una prima bella intuizione dal momento che permette al racconto, già di suo surreale e felliniano nello spirito, di affrontare di petto l’assurdità di un mondo che è diventato con il tempo del tutto incapace di offrire lavoro e opportunità ai giovani come ai più anziani.
In questa favola ad uso dei più grandi perché si rendano finalmente conto di quanto è difficile spiegare l’assenza di lavoro ad un bambino, si fanno sfumati i rapporti di potere e la Politica e lo Stato si accontentano di prendere posto nella composizione complessiva come maschere di personaggi più innocui che spaventosi.
In questo modo, però, il rischio è che restino fuori dal quadro della situazione i contorni politici per far posto ad un racconto di fondo moralistico (come in fondo è giusto nelle favole), ma anche fatalista (malgrado i continui riferimenti alle lotte di protesti degli operai quando rifiutarono di farsi sostituire dai robot, ad esempio).
In fondo il vero mostro della favola è proprio la fabbrica o, meglio il suo essersi fatta vuota, il suo essersi ridotta a scheletro che può essere popolato solo da fantasmi e dal ricordo della sua antica funzione. Essa fa paura, alla fine, proprio per il fatto di non farci paura, perché diventa emblema del nostro vuoto di valori e scopre il mostro nella nostra quotidiana indifferenza e abitudine al peggio.

Forse proprio in questa riscoperta della fabbrica come luogo fisico e mentale, come ferita nel tessuto urbano sta il pregio maggiore del film.
Nel suo continuo accostare le immagini dei ruderi di oggi con quelle dei cinegiornali di ieri che riempiono le sale dell’illusione di vita del cinema, Stefano Di Polito scopre sotto la scorza di un apologo che vorrebbe avere un sapore felliniano un’insospettabile anima resnaisiana, con il disperato appigliarsi dei personaggi ad un senso di memoria dal momento che la società ha privato noi tutti di ogni possibile futuro.
E se futuro proprio non può essere, sembra volerci suggerire il consolatorio, ma amaro finale, che sia almeno un presente buono per farci giocare i bambini. Starà a loro, alla fine, per quanto ingiusto, rimediare ai nostri errori.


CAST & CREDITS

(Mirafiori Lunapark); Regia: Stefano Di Polito; soggetto, sceneggiatura: Stefano Di Polito, Anna Gasco; fotografia: Paolo Ferrari; montaggio: Raimondo Aiello; musica: Saro Cosentino;interpreti: Alessandro Haber, Antonio Catania, Giorgio Colangeli, Tiziana Lodato, Carlo Marrapodi, Mariella Fabbris, Mimmo Calopresti, Pietro Dellepiane; produzione: Alien Films; origine: Italia, 2014; durata: 75’


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