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U2 3D

Pubblicato il 31 maggio 2010 da Lorenzo Vincenti


U2 3D

Titoli di testa sul rumore della folla. Immagini di una ragazza che corre trepidante verso i posti più vicini al palco. Quelli preziosi. Quelli per cui ci si mette in fila sin dalle prime ore della mattina. Nel frattempo il rumore sale. Diventa quasi assordante. Le note aumentano di intensità e l’atmosfera si scalda. Mancano solo loro, gli Dei del rock irlandese. Ma eccoli entrare in scena e farsi largo sulla superficie immensa di un palco esagerato. Bono & Co. tornano in Sud America dopo 8 anni per chiudere il loro Vertigo Tour e il pubblico caliente di Buenos Aires, San Paolo, Santiago e Città del Messico ha l’occasione finalmente di dare libero sfogo alla propria infinita voglia di U2.

Unos, dos, tres… catorce… Bono arringa la folla sfruttando l’intro di Vertigo ed essa risponde al suo richiamo con il calore che si deve ad un evento del genere. Inizia senza troppi preamboli U2 3D, il rockumentary diretto da Catherine Owens e Mark Pellington dedicato all’incontro scontro tra la band di Dublino e la tecnologia del 3D. Una introduzione di pochi istanti ed è già concerto, evento straordinario, note e accordi leggendari che si librano nell’aria e risuonano di straordinaria passione. Da Beautiful day a Sunday bloody Sunday, da Pride a Where the streets have no name, da One a With or without you. Uno dopo l’altro scorrono i 15 straordinari pezzi che il gruppo ha scelto per comporre la tracklist dello storico video-concerto, mentre sullo schermo immagini tridimensionali si alternano coinvolgendo lo spettatore cinematografico attraverso il fascino della profondità e dell’illusione realistica. Suoni e immagini. Questa collisione o commistione, in realtà, è evidente sin dal titolo del film, all’interno del quale una lettera – la U – e un numero – il 2 –, affiancandosi ad una nuova coppia alfanumerica – il 3 e la D – danno vita ad una formula innovativa dal potenziale vincente e aggressivo: U2 3D. Risulta strano persino nominare questa sorta di semplice equazione matematica dietro cui in realtà si cela un progetto complicato e imponente. Quello ideato dalla mente di Steve Schklair, produttore ed esperto di 3D, il quale dopo una serie di esperimenti sulle tecnologie più avanzate legate al concetto del tridimensionale e dopo aver coinvolto grosse personalità dell’avanguardia tecnologica come i fratelli Shapiro e i fratelli Modell, ha concepito l’idea di far incontrare per la prima volta sullo schermo la potenza della musica rock con l’arte incantatrice della visione stereoscopica (per quanto riguarda il pop c’era stato il precedente di Jonas Brothers: the 3D concert experience). E se hai a disposizione una delle band più importanti dell’intera storia musicale da una parte e dall’altra l’azienda forse più all’avanguardia nel settore come la 3ality Digital Systems, di cui lo stesso Schklair è amministratore delegato, sei sufficientemente sicuro di poter garantire un risultato interessante al tuo pubblico e di suscitare curiosità negli appassionati sia di musica che di cinema.

Forte di questo potenziale la macchina produttiva si è messa in moto nel lontano 2005, all’inizio del tour Vertigo, e si è concretizzata nel 2006, quando per volontà dello stesso Bono si è deciso di riprendere i concerti sudamericani del tour. La scelta ha dato i risultati sperati. Il calore della gente infatti è uno degli elementi più evidenti del film e l’essenza del 3D contribuisce a sottolineare il trasporto e la passione con cui il pubblico latinoamericano ha accolto le varie performance live offerte dalla rock band in giro per il subcontinente. A salvarsi nel film perciò è principalmente il sentimento e il romanticismo dell’happening, l’unicità dei gesti di Bono & Co., la sacralità di momenti che il complesso sistema di telecamere e marchingegni tecnologici non ha violentato con la sua intromissione. Il risultato complessivo, però, è probabilmente al di sotto di quanto ci si attendeva alla vigilia. Soprattutto è inferiore allo sforzo produttivo profuso per la realizzazione di un’opera musicale che avrebbe avuto la sua ragion d’essere anche nella più classica versione bidimensionale. E’ proprio il 3D, a volte, con la sua immutabile natura egocentrica, con la smania di protagonismo che ne contraddistingue l’essenza avanguardistica, a catturare la scena oltre il necessario (e probabilmente il voluto) e costringere lo spettatore ad una visione condizionata, tramortita e lacerata. Se ci sono da una parte momenti particolarmente intensi, in cui va dato il giusto merito al tridimensionale e, soprattutto, a coloro che ne hanno ricondotto la prepotenza entro un’architettura visiva essenziale e calibrata, è essenziale sottolineare altresì come in certi altri frangenti, lo stesso utilizzo del fatidico espediente tecnologico risulti quanto meno ridondante al cospetto di una messa in scena interna e di una drammaturgia già di per se curate all’estremo da Bono e il suo staff artistico. Risulta a tratti sterile l’intromissione della terza dimensione, a tratti invece pesante. Come nel caso in cui essa, con la lentezza di un ritmo autocompiacente, affievolisce in maniera inopportuna l’esplosione del rock più vigoroso di Vertigo, Sunday bloody Sunday e Pride (In the name of love). Pezzi ai quali deve essere concessa l’opportunità del ritmo sostenuto e dell’incedere agile. Nelle ballate storiche invece e nella commovente parte dedicata ai rinomati messaggi umanitari e militanti di Bono, il complesso sistema approntato dalla produzione sembra trovare la giusta dimensione e legarsi finalmente con la musica nella complessità e poeticità di segmenti intensi e suggestivi. Giocati quasi esclusivamente sull’accostamento di piani che dialogano, che entrano in contatto e si sovrappongono tra loro in un alternanza di ombre, primi piani e sagome talvolta indefinibili. Tali sono i momenti in cui si innalza a dismisura l’impatto emotivo sul pubblico. Sono quei momenti di “estatica sensazione” più volte evocati alla vigilia dallo stesso Bono. Ed è solo su quei momenti riflessivi e compassati quindi, su quella convergenza di parole, note e “profondità” dell’anima, a cui le immagini continuamente rimandano, che U23D riesce a mostrare la sua essenza più pura. Quella che non si limita cioè a registrare in 3D un concerto degli U2 con il solo scopo di farne una operazione commerciale, ma che dietro al progetto pretenzioso vuole e pretende di muoversi anche in direzione di una sperimentazione visuale coraggiosa e raffinata.


CAST & CREDITS

(U2 3D) Regia: Catherine Owens, Mark Pellington; fotografia: Tom Krueger; fotografia 3D: Peter Anderson; montaggio: Olivier Wicki; produzione: 3ality Digital, National Geographic Entertainment; distribuzione: Digima; origine: USA; durata: 85’; web info: http://www.u23dmovie.com/.


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