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Oscura immensità

Pubblicato il 13 aprile 2014 da Monia Manzo


Oscura immensità

La drammaturgia contemporanea non è scevra di opere interessanti soprattutto dal punto di vista sociologico: Immensa oscurità ne è una prova lampante.
L’autore Massimo Carlotto è considerato uno degli scrittori di punta degli ultimi anni anche in palcoscenico: in aprile al Teatro Franco Parenti ha debuttato il suo Niente, più niente al mondo, regia di Andrée Ruth Shammah. Senza troppi giri di parole, si rimane colpiti da un fatto autobiografico, che non può essere rimasto periferico nel determinare la sua produzione letteraria, infatti a metà degli anni 70 fu al centro di un clamoroso caso giudiziario: accusato di omicidio, Carlotto venne prima assolto per insufficienza di prove poi condannato a 18 anni di reclusione e, dopo un periodo di latitanza, fu graziato dal presidente Scalfaro. Ingenuamente l’autore dichiara che il testo messo in scena con la regia di Alessandro Gassmann non ha assolutamente nulla a che fare con la sua vicenda personale e il carcere, ma la coincidenza ci appare piuttosto sospetta: «Sono passati quasi quarant’anni da quando fui accusato di omicidio e, se il trascorrere del tempo ha un senso, non credo valga la pena continuare a portarsi appresso una vicenda, neppure tanto unica nel suo genere, che è bene lasciarsi alle spalle. Siccome, però, sono stato per un po’ ’ospite’ dello Stato — aggiunge — ho riportato in Oscura immensità l’esperienza collettiva del penitenziario, ciò che ho visto, che ho sentito e ho conosciuto in prima persona: per esempio, il carcere e la malattia; e soprattutto la necessità del riscatto. Ecco — conclude — è questo il senso del testo: essere dalla parte delle vittime, di coloro che hanno subito il torto, ma prendere in considerazione anche chi ammette ’ho sbagliato, datemi la seconda possibilità’». Anche le dichiarazione sul tema affrontato ci lasciano perplessi e sembrerebbero dare troppo spazio ad un buonismo che non convince nemmeno dopo aver visto lo spettacolo. Perché celare delle caratteristiche che rendono questa pièce assolutamente interessante: l’odio, il dolore e la vendetta sono elementi ricorrenti in pièce teatrali di tutti i tempi, ma in quest’opera vengono rappresentati in maniera assolutamente moderna, nei termini e nelle espressioni di un’umanità popolata sempre più da carnefici piuttosto che da vittime. Non si pensi ad un’alienazione della società come motivazione portante, ma al contrario ad una spiegazione eminentemente antropologica: il riemergere della nostra violenza più ancestrale: non sono bastati secoli di evoluzioni, rivoluzioni e progresso per poter cancellare la bestialità delle nostre reazioni al dolore più atroce. La critica più "filantropica" ha interpretato questo testo esclusivamente come testimonianza delle vittime degli eccidi, tema fondamentale ma non l’unico: la rabbia, il sentimento irrefrenabile della vendetta, il timore dello sbiadirsi del dolore per i cari uccisi e quindi un devastante senso di colpa per essere sopravvissuti alla morte, non bastano per poter legittimare una giustizia "fai da te". Protagonisti dello spettacolo sono due eccellenti Giulio Scarpati e Claudio Casadio, il primo interpreta un uomo dai tratti delicati, dalla voce rassicurante e il secondo un essere ruvido, forte e spiccatamente maschio. Mai due personaggi apparentemente tanto diversi hanno espresso le stesse identiche emozioni di rabbia e odio: è "un’immensa oscurità" il buco nero che si dipana nelle anime del calzolaio Silvano Contin e del criminale Raffaello Beggiato, elemento che riesce ad accomunarli in una storia che comincia per sbaglio. Beggiato è complice di una rapina durante la quale vengono uccisi il figlio e la moglie di Contin, per questo finisce in carcere ma non rivelerà mai il nome dell’assassino, sperando un giorno di riappropriarsi della sua parte di malloppo, conservata "intatta" dopo anni dal suo socio; ironia della sorte si ammala di cancro e ha la possibilità di finire i suoi giorni fuori dal penitenziario. La sua malsana idea è quella di fuggire con il denaro in Brasile dove potrà avere le cure più costose e una vita da nababbo, ma per ottenere tutto ciò è indispensabile l’autorizzazione di Contin, che a sua volta in cambio pretende il nome dell’esecutore del duplice assassinio. È la madre di Beggiato che per amore scambia il nome del misterioso socio per qualche mese di libertà del figlio ormai malato terminale di cancro. Le conseguenze sono terribili, impietriscono chiunque guardi il viso angelico del protagonista/vittima ora assassino efferato pronto a ammazzare per vendetta, sia l’esecutore degli omicidi sia la moglie senza batter ciglio, buttando i cadaveri e poi indisturbato tornare alla sua vita monotona. Non funziona il tema "faida personale" esplicitata dall’autore, nel testo di Carlotto emerge una violenza inaudita, che se da un lato può essere compresa visto il crimine mai punito dalla legge, dall’altro cancella anni di evoluzione sociale.

L’impianto scenico di Gassman funziona e lo spettacolo tiene alta l’attenzione del pubblico come tutti i "noir" che si rispettino, dove forze oscure della natura umana scalzano completamente qualsiasi alibi di rivendicazione sociale.


(Un’oscura immensità) Regia: Alessandro Gassmann; drammaturgia: Massimo Carlotto; scene: Gianluca Amodio; costumi: Lauretta Salvagnin ; musica: Marco Schiavoni; luci: Pasquale Mari ; interpreti: (Giulio Scarpati) e (Claudio Casadio); produzione: Il Teatro Stabile del Veneto, Accademia Perduta Romagna Teatri e le Edizioni E/O.



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