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Una settimana da Dio

Pubblicato il 20 giugno 2003 da Alessandro Izzi


Una settimana da Dio

La triplice premessa sulla quale è stata costruita questa ennesima commedia demenziale (ma non troppo) ha qualcosa in comune con le stralunate idee delle opere fantastiche di Capra o di Lubitsch: 1) un punto di partenza paradossale ed intrigante (un classico everyman americano egoista e viziato che, per una settimana, deve prendere il posto di Dio al timone dell’universo), 2) un novero di attori funzionali allo script, e 3) un desiderio di tradurre le problematiche metafisiche che attanagliano la coscienza di ciascuno di noi nella tragica morsa del dubbio esistenziale in meri ingranaggi di commedia capaci di distrarci per un paio d’ore appena dall’orrore di quei punti interrogativi stampati nel cielo (e chi non sarebbe contento di pensare che il buon vecchio Dio è, in fondo, una simpatica canaglia con la bravura e il volto di Morgan Freeman?).
Ma mentre la commedia acre (anche, quando fin troppo buonista, come nel caso dei film di Capra) degli anni ’40 e ’50 fingeva di risolvere i dissidi nel più classico degli happy end, ma spesso aveva, poi, la forza, di ribaltarne i problemi trasformandoli, con guizzi geniali, in altri problemi, quella degli anni ’90 e poi del post 2000 ha il non piccolo difetto di annacquarsi in una brodaglia politically correct sostanziata da una fintamente rassicurante filosofia new age.
In questo modo il cazzuto protagonista di questa pellicola è solo superficialmente il perfetto esponente di una middle class americana bullescamente egoica e volgarmente ignorante, ma in realtà è solo un povero piccolo bambino che si rifiuta di voler crescere e di voler scendere a patti con la realtà che lo circonda. Un difetto questo, parrebbe venir fuori involontariamente dalla narrazione, perdonabilissimo anche quando questo bambino finisce per prendere il nome di Bush e per cominciare a brandire minacciosamente bombe super potenti ed intelligenti contro ogni potenziale minaccia dello status quo nazionale. O quando, come avviene nel film, per poter far meglio colpo sulla ragazza di cui non capisce mai per davvero i bisogni, avvicina la luna causando catastrofi ed inondazioni dall’altra parte del globo (catastrofi che, poi, neanche vede in televisione in barba alla sua professione di giornalista! O che sia, questa, una battutaccia velata contro la sedicente cronaca globale delle reti d’informazione americane?).
Ad ogni modo, alla fine di tutto, la morale normalizzate americana non tarda a mostrarsi dichiarando a chiare lettere come 1) anche le persone apparentemente più crudeli e grette abbiano in realtà un cuore d’oro (il che può anche essere vero se si guardano le cose con occhio zen, ma non implica che si debba necessariamente provare simpatia per le loro azioni) e 2) che lo sforzo di ciascuno di noi deve essere rivolto al superamento del nostro egoismo e all’accettazione della nostra posizione nel mondo anche se questa non è esattamente quella che avevamo immaginato.
Qua e là nel copione spuntano parole difficili come “libero arbitrio”, ma passano in fretta, presto sostituite da gag come il cattivaccio che partorisce dal deretano una scimmietta o come la biblica apertura delle acque in una ciotola di minestra come forma di primo miracolo domestico del protagonista che deve aver molto amato I dieci comandamenti di De Mille.
La lezione più dura Morgan Freeman ce l’aveva già ammansita qualche film fa quando si limitava ad essere solo presidente degli Stati Uniti (Deep Impact) e quando cercava di insegnare alla Nazione una dura verità: che, di fronte a certe situazioni, l’unica cosa che si può fare è pregare Dio con fiducia perché Dio ascolta sempre le nostre preghiere anche se, qualche volta, la sua risposta è no. Se solo Jim Carrey avesse visto questo film prima di intraprendere questo ci avrebbe risparmiato la noia di una mezz’ora di inutili gag (quelle della seconda parte: la più inutile)!
Resta alla fine una debole commedia, cucita su misura per un attore che ha dimostrato ben altro talento e che deborda da tutte le parti di un’energia a stento repressa. Carrey è al suo solito istrionico, elettrizzante, capace di reggere la scena anche da solo, ma ha pur sempre bisogno di una storia solida per non dare l’impressione di essere solo un semplice comico da cabaret. Qui, invece, regista e sceneggiatori sembrano essersi limitati a fornirgli, senza mai perdere di vista la morale da biscottino della fortuna cinese, quante più gag possibili dimenticando che dall’egoismo alla tolleranza è tutto un percorso (anche psicologico) che abbisogna di approfondimento, di respiro, in una parola di una Storia.

[giugno 2003]


CAST & CREDITS

(Bruce Almighty); regia: Tom Shadyac; sceneggiatura: Steve Koren, Mark O’Keefe, Steve Oedekerk; fotografia: Dean Semler; montaggio: Scott Hill; musica: John Debney; interpreti: Jim Carrey, Jennifer Aniston, Morgan Freeman, Philip Baker Hall; produzione: Michael Bostick, James D. Brubaker, Jim Carrey, Steve Koren, Mark O’Keefe; distribuzione: Buena Vista; origine: USA, 2003


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