Una storia d’amore. Anton Cechov e Olga Knipper

ROMA, TEATRO DELLA COMETA – 1898, anno importantissimo per Anton Cechov. Finalmente la sua opera Il gabbiano riceve il meritato successo grazie all’allestimento della compagnia di Stanislavskij. In quest’occasione, nei panni di Arkadina c’è un’attrice tedesca, tale Olga Knipper, destinata a stravolgere il cuore di Cechov. Quattrocento lettere raccontano sei anni d’amore tra Anton e Olga, gli ultimi sei anni di vita del grande autore russo, morto di tisi all’età di quarantaquattro anni. A differenza dell’amore sfortunato del protagonista de Il gabbiano, il suo amore per l’attrice era ricambiato e la sua morte giunse troppo presto e contro la sua volontà, strappandolo dalle braccia della sua amata: ‘Ero così stupidamente, ciecamente sicura, che io e te avremmo avuto ancora tanto tempo davanti a noi’, scriverà Olga in un’ultima straziante lettera indirizzata ad un Cechov già morto, ma vivo più che mai dentro di lei. Essi si amarono intensamente, sebbene in maniera non proprio convenzionale e lineare. La loro fu, indubbiamente, una relazione difficile fatta sostanzialmente di una fitta corrispondenza, per colmare la distanza tra Yalta e Mosca, e di incontri spesso troppo fugaci e rari. Incontri inizialmente clandestini, ma che anche dopo il matrimonio saranno tutt’altro che facili, con l’attrice impegnata con la compagnia del Teatro d’Arte di Mosca da una parte, e l’autore costretto dalla salute ad un esilio forzato per trarre beneficio dall’aria del mare di Yalta dall’altra, il tutto aggravato dall’inesorabile avanzamento della malattia, la perdita del figlio, fino alla prematura scomparsa di Anton nel 1904. Ma tale loro relazione risulta interessante soprattutto per la sua natura di anomalo triangolo amoroso. C’è tra loro, infatti, un terzo elemento che esercita una forza tale da determinare il destino stesso della coppia, facendo sì che essi si avvicinino per poi nuovamente allontanarsi, dettando, insomma, l’andamento delle loro singole esistenze e della loro storia: tale elemento, com’è facile immaginare, è il teatro. Interessante come le loro lettere passino da un banale linguaggio da innamorati all’ardore e la passione con cui i due si lanciano in delle vere e proprie disquisizioni sul teatro, tanto come scrittura, quanto come interpretazione. Vere e proprie lezioni sono quelle che lo scrittore Cechov impartisce all’attrice Knipper su come far vivere i personaggi delle sue opere, come per esempio la Masha delle Le tre sorelle. Assistiamo, poi, alla genesi di capolavori come Lo zio Vanja, il già citato Le tre sorelle, nonché l’ultimo, Il giardino dei ciliegi, al loro trasferimento dalla pagina alla scena, e infine ai trionfali successi che essi riscuotono a teatro grazie alla compagnia di Olga. È questo che rende la loro storia d’amore diversa da tutte le altre. Far rivivere attraverso il teatro la storia di due anime che nel teatro hanno trovato la loro raison d’être, è senza dubbio una trovata riuscita. Essa permette, infatti, una lettura dello spettacolo a più livelli. E così, oltre a lasciarsi prendere dalla tormentata storia d’amore, più qualcuno si sarà divertito nel tentare di scovare le numerose citazioni e molti avranno subito il fascino di poter entrare nell’intimità della vita di un mostro sacro della letteratura.
Senza dubbio, questa messa in scena ha a suo favore la forza di un testo solido e ben costruito a cui ci si appassiona, che si fruisce avidamente (un atto unico di un’ora e mezza scorre via davvero velocemente). Non mancano però degli elementi a suo sfavore. Innanzitutto, l’immediato confronto con Il Ta main dans la mienne di Peter Brook, vero e proprio gigante del teatro, da cui purtroppo chiaramente non è facile uscire vincitori… Ma, anche cercando di considerare lo spettacolo nella sua unicità, lasciando perdere questi paragoni privi di proporzioni, ci troviamo di fronte ad altre debolezze. La regia, seppure puntuale e curata (meritano a tal proposito di essere menzionate la bella scenografia di Buonincontri e le musiche di Scialò), da vita ad una messa in scena nel complesso troppo garbata, ‘per bene’. Così come le interpretazione di Scarpati e della Indovina, sebbene risultino tutto sommato gradevole, sono caratterizzate da un tono a tratti troppo melenso. Emerge, così, un rapporto tra i due personaggi un po’ troppo pacifico, anche nei momenti di contrasto, che non rispecchia tutta la drammaticità e la complessità di carattere, tanto di Cechov quanto della Knipper, e la loro natura trasgressiva, prorompente ed enigmatica.
Il grande regista Konchalovski, in un’intervista al Venerdì di Repubblica, in occasione della prima italiana del suo Il gabbiano al teatro Argentina, nel febbraio scorso, aveva affermato ‘Goldoni fatto dai russi è ridicolo quanto Cechov fatto dagli italiani… Voglio dire che i russi non hanno niente in comune con il leggerissimo italiano, approccio peraltro ridicolo se applicato all’animo russo’. Sarà, allora, un problema di differenze culturali incolmabili? Ma, dunque, questo vuol dire che per noi è impossibile penetrare questo animo russo, e che qualsiasi tentativo di rappresentazione tanto di opere quanto, come in questo caso, di esperimenti metateatrali riguardanti la Russia, sia destinato a fallire (a meno che non si tratti di un genio del calibro di Peter Brook... )? E in, tal caso, per dirla con Cherniscevkij, Scto delat (che fare) ? Rinunciare in partenza a qualsiasi tentativo? Questo lavoro della Venturini probabilmente suggerisce un’alternativa meno nichilista, ossia di appropriarsi della vicenda e ricrearla, decontestualizzandola nella sostanza, ma rendendola ad ogni modo accessibile.
Autore : François Nocher; Regia: Nora Venturini; interpreti: Giulio Scarpati e Lorenza Indovina; scene e costumi: Bruno Buonincontri; musiche: Pasquale Scialò; luci: Raffaele Perin.
