Under the Megawatt Moonlight

Frank Zappa è una delle figure chiave della musica del ’900. Il suo disco dell’84 prevede la commercializzazione tramite la pubblicazione delle registrazioni delle opere di musica da camera di un omonimo milanese del XVIII secolo, Francesco Zappa, rimasto fino ad allora inedito. Qui Frank Zappa si sbizzarrisce col synclavier, strumento che lui ha contribuito a rendere celebre (Jazz From Hell sarà il capolavoro assoluto dello strumento); ma da subito, dal suo primo disco, irrompe sulla scena con due novità assolute per la musica rock: la gatefold cover e il concept album. La vera notizia è però la musica. Si sta appena entrando in una nuova fase della composizione e l’autore di Baltimore ci ricorda che tutto è già cominciato. L’anno è il 1966. Loro sono: Frank Zappa, ideazione e chitarra, Ray Collins, voce e percussioni, Jim Black, batteria e cori, Roy Estrada, basso e cori, Elliot Ingber: seconda chitarra. Al di là del jazz, la tredicesima traccia è una suite in tre movimenti dedicata a Elvis. Il secondo è un ricordo di Edgar Varèse. Il significato di questa prima pubblicazione è che non c’è nessun motivo di sbandarsi alla ricerca di nuovi suoni e di nuovi ideali musicali quando tutta una parte della classica contemporanea compie il suo tragitto fino al Poema Elettronico (1958). La psichedelia non ha motivo di esistere. La sua è una contestazione nella contestazione. L’interlocutore potrebbe essere Andy Warhol a cui per motivi vari contende l’idea di concept album. Ma le cose si complicano. Si rischia l’incidente da più parti e a più riprese. La strada è segnata, e nell’impossibilità di far coesistere l’idea nel contesto, si chiude il cerchio attorno a una satira da teatro dell’assurdo, da pamphlet inglese preilluministico sostenuto da una tecnica dirompente. E la tecnica musicale è la seconda vera novità della musica di Frank Zappa. Lui diventa uno dei migliori chitarristi degli anni più recenti. I suoi chitarristi storici sono Ike Willis e Ray White. Nel corso degli anni si alternano Henry Vestine, Neil Levang, Tommy Tedesco, Ian Underwood, George Lowell, Tony Duran e Motorhead Sherwood, storica sezione fiati. La svolta arriva a fine anni settanta: Adrian Belew, Warren Cuccurullo e Steve Vai. Terry Bozzio e Vinnie Colaiuta saranno i nomi più di punta tutt’ora in voga tra i suoi batteristi, e fino al termine della sua carriera Frank Zappa sarà il punto di riferimento per i fulminei ipertecnicismi da chitarra elettrica (Ray Vaughan, Malmsteen) soprattutto dell’area di Los Angeles - Kerry King, Jeff Hanneman, Dave Mustaine, James Hetfield (c’è una cover di When a blind man cries in giro dei Metallica, Re-Machined: A Tribute to Deep Purple’s Machine Head, 2012), e Scott Ian, NYC, quest’ultimo anche per l’ironia introdotta nel genere thrash. Ognuno ha però i suoi limiti. Coi bassisti Zappa non aveva un gran rapporto. Ci sono stati Jim Fielder e Jim Pons. Ci ha provato una volta con Jack Bruce. Ma se dell’ex-Cream sono sopravvissuti i credits da qualche parte è già qualcosa. Uno degli ultimi è stato Carter Thunes. Il suo vero idolo era Johnny Guitar, nome d’arte che John Watson scelse in seguito alla proiezione del film omonimo. Frank Zappa ha fatto un film, 200 Motels, e realizzato molti altri videos tratti da alcuni suoi concerti interpolati dalle animazioni di Mr. Bickford a loro volta incluse in un unico video dell’87. Qui però si apre un capitolo a parte, quello sui live sets di Zappa (NY, 71, 78; Philly 76 tra i più celebri), ciascuno dei quali si compone di una drammaturgia propria e tale da giustificare la sterminata produzione di live recordings con titolazioni indipendenti dal concerto.
