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Venezia 59 - Au plus pres du paradis

Pubblicato il 22 agosto 2002 da Alessandro Izzi


Venezia 59 - Au plus pres du paradis

Una storia di amour fou che ha molto il sapore di certi film Nouvelle Vague, quest’ultima opera di Tonie Marshall. Della Nouvelle Vague conserva quell’amore genuino per il cinema di una volta (le commedie anni ’50), per quelle storie che assumevano, grazie all’arcana magia del Cinemascope, quel qualcosa di bigger than life che resta uno dei maggiori rimpianti della più recente produzione hollywoodiana. Film dai colori accesi e rutilanti, affascinanti ed ambigui che, al di là del genere di cui sono parte, lasciano sempre una traccia profonda e finiscono, grazie alla loro immutata carica affabulatoria, per indicare un modello di vita (e di amore) irraggiungibile eppure così apparentemente a portata di mano. Il posto più vicino al Paradiso, appunto! Il film e la storia di un’autrice di libri d’Arte che, nel poco tempo libero che le rimane tra un impegno e l’altro (sta scrivendo un libro su un artista ancora vivente), si confonde nel pubblico di quelle sale d’essay che proiettano ancora classici americani. Tutta la sua vita appare colorata, fotografata, a tratti musicata, quasi fosse una vecchia pellicola MGM e anche il suo amore impossibile per Philippe, che lei costantemente intravede, sempre di spalle, un po’ ovunque (nei bar, nei cinema, sotto la sua stessa casa) finisce per assumere i tratti di un pedinamento dal sapore hitchcockiano. Frattanto uomini che la amano disperatamente si affacciano nella sua esistenza per poi scompararire altrettanto repentinemente, passando quasi del tutto ignorati davanti al suo sguardo adorante sempre proteso verso una personale concezione del paradiso. Detta cosi sembrerebbe un racconto alla Truffaut, con sporadici momenti alla Colazione da Tiffany, una storia dal gusto americano, ma di quelle che sono palesemente passate sotto gli occhi di un europeo, con occhio francese; e la contaminazione di lingue, con una prima parte in francese e una seconda in inglese rende consapevole questa sorta di cinematografico viaggio di ritorno al cinema hollywoodiano che tanto ha ispirato quello francese. In realtà il film di Marshall ha uno sguardo tendenzialmente più astratto (evidente nelle scene delle sedute fotografiche per il libro che la protagonista sta scrivendo) che appare, per questo, più insincero. Le idee di regia, che si limitano ad una sovrapposizione tra realtà e finzione, dissolvendo costantemente la storia della Deneuve con i racconti di tanti classici del passato, in una sorta di datato ideale in cui il Cinema illumina la vita, non brillano, certo per originalità. In linea con le esigenze del racconto l’immagine assume spesso dei connotati pittorici (giochi di fuori fuoco danno alle inquadrature un gusto palesemente surreale) e tende, nei limiti del possibile, ad aderire assolutamente con lo sguado un po’ anomalo della protagonista. Ma sembra, essenzialmente, che il tutto sia mosso dall’idea (presente in una citazione di Balzac che fa bella mostra di se proprio nello studio del pittore) che per trovare una cosa interessante e sufficente guardarla a lungo. Il film insegue, cosi, i pensieri della sua eroina per un tempo, che comincia ad apparire interminabile, ma che non riesce quasi mai ad apparire, per questo, interessante. In questa sua affanosa ricerca la donna si muove disperatamente a caccia di stereotipi cinematografici ai quali poter far aderire la sua vita e non si capisce bene fino a che punto l’autore simpatizzi con questa sua malsana passione. Solo la scena finale, in cui la donna, rinuniciando all’amore impossibile per l’uomo dei suoi sogni che, pure, la sta aspettando in cima all’Empire State Building, per gettarsi tra le braccia di un amante, certo rude, ma, in fondo, sincero, grazie al suo non particolarmente feroce sarcasmo, riesce a salvare la pellicola dalla pericolosa deriva dell’ovvio. Anzi l’immagine della Deneuve che attraversa la strada incurante delle macchine che la percorrono a tutta velocità, con lo sguardo sorridente rivolto al suo uomo, resta uno dei momenti più ispirati di tutta la pellicola. Ma bisogna, in questo senso chiarire: ella non si getta alle spalle il suo amore da film per tuffarsi nelle contraddizioni della vita vera. Tutt’altro, con il suo sorriso un po’ folle (ce lo dice addirittura un passante in una classica comparsata che, negli anni ’50 stemperava il pathos in un pizzico di ironia) ha solo abbandonato il sogno di un film per inseguirne un altro con un finale affatto diverso. L’opera si riduce cosi, anche per questo, al rango di una splendida prova d’attori (impagabili i duetti con William Hurt), ottimamente fotografata, ma, al fondo, abbastanza inutile.

(Au plus prés du paradis); regia e sceneggiatura: Tonie Marshall; interpreti: Catherine Denevue, William Hurt, Bernard Le Coq, Hélène Fillières, Patrice Cherau; origine: Francia 2002

[agosto 2002]


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