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Venezia 67 - Le bruit des glaçons - Giornate degli autori

Pubblicato il 4 settembre 2010 da Carlo Dutto


Venezia 67 - Le bruit des glaçons - Giornate degli autori

Ridere ridere ridere. Di tutto, della morte, della malattia. Qui la mietitrice triste ha le vesti di un robusto signore francese che, camminando ad ampie falcate, bussa alla porta dello scrittore Albert Dupontel. "Sono il tuo cancro", sussurra al citofono. Certo che Albert non se la passa già benissimo. E’ stato abbandonato da moglie e figlio e passa il suo tempo a sorseggiare vino bianco. "Il rumore dei cubetti di ghiaccio" del titolo proviene proprio dal sacchiello dove tiene in fresco e a perenne portata di mano la bottiglia (la porta con se ovunque, afferma con orgoglio, ’anche in bagno’). Quest’uomo distinto inizia a seguire tutte le azioni e gli spostamenti di Albert, diventando testimone petulante delle sue giornate. Albert ha una donna che lo ama. E’ Louisa, la sua governante. Ma anche lei si ritrova una vecchia megera alle calcagne, ovvero un tumore al seno. Inizia così una strana convivenza; l’humor nero raggiunge l’apice quando Albert e Louisa fanno l’amore e i loro persecutori tendono le orecchie per sentire i loro ansimi…
Inutile cercare facili e celebrati antecedenti. Siamo lontani dai grandi scrittori russi, dagli interrogativi bergmaniani: tutto avviene a carte scoperte. Bertrand Blier rende subito palese il suo gioco, mescola farsa e dramma in un pastiche delirante che appassiona e allo stesso tempo distanzia lo spettatore. Gli sguardi in macchina, le ellissi di montaggio concorrono alla resa di un ritmo sincopato ed irregolare che un poco urta con il classico e forse un po’ patinato accompagnamento musicale. Gli interpreti fanno vibrare le battute con espressioni febbrili, inquiete. Sembrano essere in perpetuo movimento anche se le scene si svolgono praticamente nello stesso luogo, in questa glaciale villa di campagna.

“La vita ha un senso?” si chiede il figlio dello scrittore. Il film sembra suggerirci di sì. Ha senso nella conquista della propria libertà attraverso tappe dolorose e necessarie. La morte è il suo momento meno significante; è “ridicolo” il valore estremo che le assegniamo, e bisogna riderle in faccia, reagire con slancio vitale. E’ questo slancio che aiuta Albert e Louise a superare la malattia e a risolvere i dubbi che li assalgono. Blier esplora i suoi personaggi con tono grottesco ma mai aggressivo, non caricando l’umorismo nero di ulteriori furori. I personaggi sono leggeri, quasi aerei, reagiscono alla solitudine della villa con una perenne agitazione. Le relazioni umane si reggono su fili invisibili, subiscono scarti repentini e sembrano implodere in un buco nero. Ma i malati reagiscono e riconquistano la loro libertà con un banale inganno: una finta rapina nella quale fingono di essere uccisi a colpi di pistola. Bye Bye metastasi, fine degli incubi. Si salpa in mare per nuovi viaggi, liberi. Resta in primo piano la bottiglia nel secchiello del ghiaccio, pronta per essere consumata, simbolo francese di piacere di vita. Anche perchè, come ha affermato Blier subito dopo la proiezione, se i riferimenti fossero stati il cinema e la cultura russi, i due protagonisti non sarebbero mai sopravvissuti...

[Carlo Dutto]


CAST & CREDITS

(Le bruit des glaçons); Regia: Bertrand Blier; sceneggiatura: Bertrand Blier; fotografia: François Catonné; montaggio: Marion Monestier; interpreti: Jean Dujardin (Charles Faulque), Albert Dupontel (il cancro di Charles), Anne Alvaro (Louisa), Myriam Boyer (il cancro di Louisa), Audrey Dana (Carole Faulque), Christa Théret (Evguenia), Emile Berling (Stanislas Faulque), Geneviève Mnich (madre di Evguenia). produzione: Thelma Films, Manchester Films; origine: Francia, 2010; durata: 87’


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