Venezia 67 - Silent souls - Concorso

Un atipico viaggio nella memoria, un’immersione mistica nelle usanze di un’etnia morta da secoli. Silent Souls di Aleksei Fedorchenko, presentato in concorso a Venezia 67, è il poetico, nostalgico e commovente racconto dell’indissolubile attaccamento di un uomo alle tradizioni della sua antica cultura, ormai dimenticate quasi da tutti ma che in pochi ancora persistono. Un legame tale che, anche nel momento della morte della moglie, il dolore viene cancellato dal desiderio di onorare la sua scomparsa nel migliore dei modi, e cioè come vogliono le usanze dei vecchi Merja – questo il nome dell’antica etnia. Pian piano Fedorchenko ci immerge in un universo lontano, quasi alieno. Lo fa con la macchina da presa, seguendo passo passo Miron e Aist nel portare a termine tutti i riti funerei per la compagna defunta, mostrandoci in flashback il rapporto tra i due coniugi e azzardando anche sequenze oniriche e di natura simbolica; e soprattutto lo fa con le parole, con la voci fuori campo dello stesso Aist, che come in un documentario spiega e motiva le loro azioni. In questo modo l’opera acquista una doppia dimensione, costruita sul racconto della storia dei protagonisti e sulla graduale scoperta di una cultura che si sta spegnendo. Tutto ciò attraverso un ritmo lento e compassato ed un’atmosfera contemplativa che avvolge psicologicamente ed emotivamente lo spettatore in un universo sospeso. Un universo scenograficamente impreziosito dai gelidi paesaggi russi tra i quali si muovono i due protagonisti, paesaggi dipinti sullo schermo con poesia dai dolci movimenti di macchina di Fedorchenko.
Silent Souls così si avvicina più al film-saggio che ad un film di pura finzione. L’oggetto è appunto la cultura Merja, una cultura affascinante praticata ora solo dagli ultimi discendenti. L’opera si fa testimone di essa. Anzi, con la scelta di affidare il racconto alla voice over di uno dei due personaggi principali, si ha quasi la sensazione che si voglia ergere al ruolo di tramandatore orale, che porti con sé la speranza che di quel popolo, di quelle tradizioni, di quei riti si possa avere memoria anche nel futuro.
Nonostante sia un’opera di non facile fruizione, ricca di simbolismi, di metafore, di sottotesti, e dal ritmo quasi statico, quella di Fedorchenko è una delle pellicole più interessanti passate in competizione alla Mostra di Venezia. Uno di quei film che ti libera l’anima e la riempie di malinconia e di amore. Speriamo che Tarantino e gli altri giurati se ne siano accorti.
(Ovsyanki) Regia: Aleksei Fedorchenko; sceneggiatura: Denis Osokin; fotografia: Mikhail Krichman; montaggio: Sergei Ivanov; musica: Andrei Karasyov; interpreti: Yuliya Aug, Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo; origine: Russia; durata: 75‘.
