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Appena apro gli occhi

Pubblicato il 2 maggio 2016 da Alessandro Izzi
VOTO:


Appena apro gli occhi

Farah vive sulla sua pelle e con la sua voce l’estate tunisina del 2010. L’ultima della sua adolescenza, ma anche l’ultima di una nazione che si riempiva di primavera e si preparava allo sbocciare dei Gelsomini della rivoluzione.
Farah, in fondo, è emblema e simbolo di un desiderio diffuso di un “oltre” che sembra così incredibilmente a portata di mano, di un domani che è così nell’aria che ci si stupisce che non sia già oggi.
Canta, voce acerba di ragazza, con gli occhi chiusi e fissi nel sogno perché a guardare il mondo con gli occhi aperti viene il magone a pensare a come questa Tunisia sia così piena di disoccupazione, di come le condizioni di vita siano così precarie e di come la corruzione abbia preso il sopravvento su ogni altra migliore intenzione.
Il suo sdegno, che è condiviso e serpeggia nelle chiacchiere da bar e nei ritrovi degli studenti, se lo fa mettere a parole da Bohrene, leader della band Joujma nella quale canta. E con il ragazzo ha una storia d’amore che è proprio come tante, tra ammiccamenti, piccoli litigi e tanta voglia di stare insieme. Almeno fino a quando la ragazza non si espone troppo e dice troppo da quel palco da cui non è permesso esprimere un dissenso tanto netto.
Ma è con la madre che Farah ha un rapporto più travagliato e difficile. È lei che, fino a un certo punto del film, sembra essere la terra che il bocciolo deve rompere per trovare la forza di sbocciare.
La incontriamo a inizio film come una donna preoccupata e spaventata. Aspetta la figlia in piedi tutta la notte, con l’ansia che si impasta nelle mani che non sanno cosa fare. Teme che la figlia si esponga troppo con le sue parole. Che frequenti amicizie sbagliate. Che si faccia trasportare in cose più grandi di lei. Se Farah è la ragazza che apre adesso gli occhi per guardarsi intorno e scoprire il mondo, Hayet, questo il nome della donna, sembra averli ben chiusi, stretti nella paura di chi non vuole mettersi nella bocca della gente. In fondo che la ragazza arrivi tardi, con l’alito che sa di birra e di tabacco e il corpo accaldato dal desiderio di sesso e affetto, le dispiace meno dell’idea che canti e contesti. La preferirebbe dottore e proprio non capisce il suo desiderio di studiare musicologia.
Prima, però, che si possa cominciare ad avere l’impressione di essere dalle parti di un ennesimo film sul giovane ribelle che vuole essere in una società che castra ogni possibilità di espressione artistica, A peine j’ouvre les yeux sfodera, in maniera quasi impercettibile e quasi senza che lo spettatore abbia il tempo di avvedersene, finezze drammaturgiche inaspettate.
Così, mentre prende corpo la scelta ribellista di Farah, dal passato di Hayet cominciano a venir fuori fantasmi ingombranti. Perché anche lei, appena qualche anno prima, era stata una ribelle, una di quelle che si oppongono al sistema e che non accettano che la realtà sia così diversa dal sogno accarezzato dai ragazzi. E le sue paure non sono quelle del moralismo gretto e bigotto, ma quelle di una madre che deve proteggere la figlia da un sistema che sa bene come infiltrarsi nei sogni per trasformarli in incubi. I suoi occhi non sono quindi chiusi, ma stretti a fessura, a guardare un mondo in cerca di altri modi di essere contro che non siano bieco compromesso
La bellezza di A peine j’ouvre les yeux sta forse proprio tutta in questa lenta evoluzione della nostra percezione delle cose. E nel modo in cui questo personaggio di madre perde pian piano le fattezze del bozzetto per assumere una statura tragica che si pone in perfetto equilibrio con l’utopia dello sguardo della figlia in cui si riconosce ed è anche in questo una ragione di sgomento.
Su questa base la primavera araba, il sogno di un mondo migliore non è sfondo, ma filo che continuamente si intreccia nei destini di tutti i personaggi. Un filo che a tratti emerge con la forza dello sbalzo e più spesso si fa allusione che resiste negli sguardi e nell’efficacia calda di una sceneggiatura che non dimentica mai l’umanità dei suoi personaggi. La regia dal canto suo serve la materia assecondando gli attori e lasciando alle canzoni il compito di farci percepire un mondo arabo pieno e moderno, diverso dalle immagini dei TG e con una luce negli occhi che la fine delle rivoluzioni non ha ancora spento.
Ne viene fuori un film intimo che non aspira a farsi affresco sociale, ma resta ad altezza di persone e per questo probabilmente dispiacerà a chi cerca l’affondo politico e la riflessione a tutto campo. Ma la primavera araba è ancora troppo vicina e il suo ricordo brucia ancora troppo per un film tribuna e ci sembra un merito del film il suo starci dentro senza farne materia di proclama.
In fondo è proprio a questo sguardo che il film deve tutta la sua implicita dolcezza e il suo calore, mentre la femminilità dei corpi e delle voci scivola pian piano verso la magia dell’utopia.


CAST & CREDITS

(A peine j’ouvre les yeux); Regia: Leyla Bouzid; sceneggiatura: Leyla Bouzid, Marie-Sophie Chambon; fotografia: Sebastien Goepfert; montaggio: Lilian Corbeille; musica: Khyam Allami; interpreti: Baya Medhaffer, Ghalia Benali, Montassar Ayari, Aymen Omrani, Lassaad Jamoussi, Deena Abdelwahed, Youssef Soltana, Marwen Soltana; produzione: Blue Monday Productions, Propaganda Production, Helicotronc; origine: Francia, Tunisia, Belgio, 2015 ; durata: 102’


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