Marguerite

In anticipo sulla Florence Foster Jenkins di Stephen Frears, attualmente in post-produzione, nel quale Meryl Streep interpreterà la mitica cantante lirica newyorchese celebre per la sua voce tremenda e le sue stecche squillanti, che grazie a una notevole disponibilità economica poteva organizzare recital, incidere dischi, e acquistare i biglietti di tutti i posti di un teatro lirico per invitare esclusivamente amici compiacenti, è arrivato a Venezia (e il 17 settembre in tutta Italia) questa “version française” che inventa, sul modello dell’americana realmente esistita, il personaggio di Marguerite, una magnifica Catherine Frot, serissima candidata al premio per la migliore interpretazione femminile. Nella Parigi degli anni ’20, l’arzilla e non più giovane dama con velleità canore investe le proprie risorse fisiche ed economiche in una (impossibile quanto improbabile) carriera sul palcoscenico, sostenuta tuttavia dai giovani artisti e letterati della nascente cultura della modernità nella Capitale francese, stregati dalla “sauvagerie” della sua voce. Senza nulla togliere al prossimo Frears, il film di Giannoli è splendido, e fornisce una stratificazione colta e stimolante di livelli di lettura facilmente intuibili anche da chi non frequenti necessariamente il teatro lirico (perché in fondo l’Opera, diciamolo, somiglia così tanto alla VITA), senza dimenticare il Cinema, fiorito in quegli stessi anni. Il racconto per immagini, infatti, inizia con un enorme occhio, elemento di una scena teatrale, piazzato nel giardino della sontuosa villa in campagna dove Marguerite abita insieme ad un marito fedifrago, preoccupato tuttavia che prima o poi la moglie si renda conto della propria patente incapacità, e si conclude sull’occhio del devoto - e anche un po’ innamorato - maggiordomo nero della dama canterina, che scruta nel mirino della macchina fotografica con la quale nel corso del film ha puntualmente documentato, ricostruendole fittiziamente, le tappe salienti dell’inesistente carriera della sua ingenua padrona: indiretto omaggio al cinema e alla potenza delle immagini, senza le quali la realtà potrebbe sbiadire nel ricordo e arrivare ad essere dimenticata, cancellata, come non fosse mai esistita. Ma omaggio anche all’idea che le immagini, opportunamente modificate e ritoccate ad arte, possono cavalcare l’illusorietà di un sogno, e testimoniare come realmente accaduti eventi che non si sono mai verificati, né più né meno come fa il Cinema. Senza andare troppo lontano con la fantasia, il personaggio del maggiordomo Madelbos (questo il suo nome evocatore di suggestioni esotiche e misteriose) è tratteggiato sulla falsariga di Erich Von Stroheim, valletto tuttofare di Gloria Swanson in Sunset Boulevard, dove alimentava con tenacia indefessa le illusioni dell’ex diva ormai condannata all’oblio dall’inesorabile avanzare dell’età, e finisce con il rivelare una nemmeno troppo mascherata passione cinefila di un film costruito intorno all’amore per il Belcanto.
(Marguerite); Regia: Xavier Giannoli; fotografia: Glynn Speeckaert; montaggio: Cyril Nakache; musica: Ronan Maillard; interpreti: Catherine Frot, André Marcon, Michel Fau, Christa Théret, Denis Mpunga, Sylvain Dieuaide, Aubert Fenoy; produzione: Fidélité Films, France 3 Cinéma, Scope Pictures, Sirena Film; distribuzione: Memento Films, Imagine; origine: Francia, Belgio, Repubblica Ceca, 2015; durata: 127’
