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Vita di Galileo

Pubblicato il 22 dicembre 2007 da Giovanna Vincenti


Vita di Galileo

Testamento poetico e spirituale di uno degli autori più emblematici del Novecento, Vita di Galileo di Bertold Brecht, ha debuttato il 20 marzo in prima nazionale al teatro Argentina con la regia di Antonio Calenda, per una coproduzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e la compagnia de Gli Incamminati.
Quando Brecht scriveva quest’opera, tra il 1938 fino alla versione definitiva del 1958, grandi stravolgimenti incombevano sulla storia dell’umanità. Dopo l’esplosione di Hiroshima, l’autore di Augusta, che si trovava negli Stati Uniti, rimise le mani su questo testo per trasformare il suo Galileo da eroe-vittima sacrificale di un mondo che non era ancora pronto ad accogliere le sue idee innovative, a un eroe negativo, simbolo dell’uomo che sottomette la propria scienza al potere, per sottolineare la responsabilità degli scienziati in questa catastrofe. Nelle note di Brecht al testo leggiamo, infatti: ‘Io credo che l’unico scopo possibile per la scienza sia quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti, se si limitano ad accumulare sapere su sapere, la scienza stessa può essere colpita al cuore un giorno o l’altro per sempre. Ogni nuova macchina non sarà altro che fonte di nuovi triboli per l’uomo. E quando, nel tempo dei tempi, tutto ciò che c’è da scoprire sarà stato scoperto, il vostro progresso non sarà stato altro che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità si sarà scavato un abisso così profondo che ad ogni vostro eureka risponderà soltanto un grido d’orrore’.

In tal senso, il vero punto di forza della lettura registica di Calenda è quello di far emergere tutta la complessità psicologica di Galileo, logorato dall’eterno conflitto tra etica e scienza. L’uomo di scienza si sarebbe potuto ribellare al potere, ma ad un prezzo troppo alto: la sua vita e dunque la ricerca, la sua sfrenata passione per il sapere. Ci viene svelato il lato più umano dello scienziato, pur rimanendo intatta la forza e l’energia della sua mente geniale. Nella magistrale interpretazione di Franco Branciaroli, con i suoi ammiccamenti e i suoi improvvisi cambi d’intonazione, Galileo ci viene presentato brillante, acuto, ironico, ma fatto anche di debolezze, vacillamenti e contraddizioni. Tuttavia, in questo allestimento si tende a smussare l’aspetto eccessivamente autoritario e più retrogrado della Chiesa, abbozzandone appena la presenza, solo in qualità di potere politico, intento a proteggere la parte più indifesa (a suo avviso) della società, su cui le scoperte del Galilei avrebbero potuto sortire degli effetti deleteri. Poco, insomma, di quella precisa e spietata ricostruzione storica della celebre messa in scena di Strehler, che, circa mezzo secolo fa, suscitò l’irritazione del Vaticano. Una versione, insomma, politicamente corretta nei confronti della Chiesa, una cui eccessiva critica, secondo il regista, ‘apparirebbe anacronistica alla luce del famoso perdono per Galileo e per le vittime della Santa Inquisizione chiesto da Papa Woitila, come pure delle osservazioni dello stesso Brecht’.
Citazione strehleriana è, invece, il cielo stellato che fa da sfondo, sulla cui immensità è aperta una porta, quella della stanza di Galileo, simbolo dello sguardo dello scienziato che scruta l’universo nell’ambizioso tentativo di carpirne gli oscuri segreti che si celano oltre.
Ad ogni modo, questo capolavoro, a cinquant’anni dalla morte del suo autore, continua ad ammaliare per il modo in cui la scienza diviene arte e l’arte parla di scienza senza per questo farsi tecnica o oscura. In questo Brecht, come afferma Claudio Magris, è ‘insieme un innovatore d’avanguardia e un classico pieno di sapienza [...] uno dei pochi in grado di conciliare la ragione, la comprensione sociale del mondo e la fantasia più libera e sfrenata che reinventa il mondo’.


Autore: Bertold Brecht; Regia: Antonio Calenda; Interpreti: Franco Branciaroli, Lello Abate, Giancarlo Cortesi, Daniele Griggio, Giorgio Lanza, Lucia Ragni, Alessandro Albertin, Giulia Beraldo, Tommaso Cardarelli, Emiliano Coltorti, Emanuele Fortunati, Greta Zamparini; Scene: Pier Paolo Bisleri; Costumi: Elena Mannini; Musiche: Germano Mazzocchetti; Luci: Gigi Saccomandi.


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