What She Said: The Art of Pauline Kael - Panorama

Figura di culto della critica cinematografica americana, Pauline Kael (1919-2001) è stata per quasi venticinque anni la titolare della rubrica di cinema di “The New Yorker”, difficile immaginare qualcuno più influente di lei. La si può giudicare in molti modi, ma è innegabile che il cinema (americano) le debba molto: se la critica cinematografica ha raggiunto il proprio diritto di cittadinanza e di nobiltà di scrittura accanto alla critica letteraria, artistica e musicale, emancipandosi da semplice gossip e mero advertising è dovuto (anche) a Pauline Kael. A lei è dedicato il documentario What She Said: The Art of Pauline Kael, girato da Rob Garver, si tratta di un film di esordio. Il testo ha una struttura cronologica molto tradizionale, dai tardi Anni Trenta quando Pauline comincia, nella nativa California ad avvicinarsi al mondo del cinema, gli studi di filosofia a Berkeley, il lavoro come esercente cinematografica proprio a Berkeley (le brevissime sinossi per i programmi di sala sono il suo primissimo banco di prova), i contatti con la beat generation di San Francisco, il trasferimento a New York e poi in campagna nel Massachusets, le diverse riviste prima di giungere al top, poi la malattia (Parkinson diagnosticato nei primi Anni Ottanta), il ritiro dal giornale nei primi Anni Novanta e poi la morte. Il film è costruito sull’alternanza talora vorticosa fra i frammenti (a volte molto brevi) di numerosissimi film – sia quelli da lei amati che quelli odiati, ma anche film evocati da quanto chi parla va dicendo - le sue numerose presenze/interviste soprattutto televisive e una quantità impressionante di persone intervistate de visu oppure via audio: si va da molti altri critici più o meno noti, colleghi vari, alla figlia ormai settantenne, a produttori, fino ad arrivare a registi anche molto famosi come Ridley Scott, Francis Ford Coppola o Quentin Tarantino, il quale più di dieci anni fa ebbe a dichiarare che Pauline Kael era stata, ben più di qualunque altro regista, una figura di centrale importanza per la sua maturazione estetica. Particolare spazio viene dato a certe sue opinioni contro-corrente o viceversa a certe posizioni innovative, anche ricordando contributi più articolati che andavano oltre la misura della critica cinematografica di “The New Yorker”. Fondamentale fu la sua funzione di fiancheggiamento nei confronti del cinema della New Hollywood (memorabile la sua critica positiva di Gangster Story di Arthur Penn o del primo Scorsese ma anche di Altman, di De Palma, di Peckinpah), l’interesse per la Nouvelle Vague e ancor prima per il Neorealismo, ma anche l’interesse per la categoria del trash (più o meno negli anni in cui Susan Sontag invece parlava di camp); particolarmente scottante il caso scatenato a proposito di Citizen Kane tutto volto a sminuire il ruolo di Orson Welles e a dimostrare che buona parte del merito sarebbe stato da attribuirsi allo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (una tesi scomodissima pubblicata in un saggio in rivista e poi in volume nel 1971 e che per diverso tempo è stata al centro del dibattito al quale presero parte critici, studiosi e registi). Fra le grandi e celebri stroncature: Lawrence d’Arabia, Tutti insieme appassionatamente ma anche 2001 Odissea nello spazio o Arancia meccanica. Chi vuol farsi un’idea di Pauline Kael ha solo l’imbarazzo della scelta perché sul mercato esistono parecchie raccolte di recensioni e di saggi. Un film che si vede volentieri perché ha un ottimo montaggio e un ottimo ritmo, ma che non risulta particolarmente approfondito sul ruolo tout court della critica cinematografica, su teoria e arbitrarietà. Ci sono, anche, qua e là, degli interventi negativi o dei documenti (soprattutto lettere) in cui si mostrano le reazioni indignate, quando non minacciose, del pubblico ma anche di chi non aveva preso bene le sue critiche, sempre molto mordaci e ben scritte, seppur terribilmente soggettive, il film è tuttavia in primo luogo un omaggio, a volte un po’ ripetitivo e stucchevole, ad una figura di cui non si fa altro che elogiare il coraggio (unica donna in un mondo monopolizzato dai maschi), la brillantezza, la spregiudicatezza e l’originalità. E il film è ovviamente anche un omaggio al cinema, soprattutto americano, classico e postclassico, visto che, anche per la scelta narrativa di cui sopra, nell’ora e mezzo di durata del film ci scorre davanti davvero tanta tanta roba. Pensando all’Italia forse l’unica figura in qualche (lieve) misura paragonabile a Pauline Kael potrebbe essere Goffredo Fofi, chi scrive crebbe leggendo, adorando e detestando, il Tascabile Feltrinelli intitolato Capire con il cinema. 200 film prima e dopo il ’68.
(What She Said: The Art of Pauline Kael); Regia: Rob Garver; sceneggiatura:Rob Garver; fotografia: Vince Ellis ; montaggio: Rob Garver; interpreti: Woody Allen, Alec Baldwin, Peter Bogdanovich, John Boorman, Francis Ford Coppola, Pauline Kael, Jerry Lewis, Norman Mailer, Paul Schrader, Quentin Tarantino, produzione: 29Pictures, Good Wizard origine: USA 2018; durata: 95’.
