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Wilde Maus

Pubblicato il 12 febbraio 2017 da Matteo Galli

VOTO:

Wilde Maus

Chi scrive è un grande estimatore di Josef Hader, cabarettista austriaco cinquantacinquenne, noto nei paesi di lingua tedesca per i suoi spettacoli teatrali ma anche come attore cinematografico, per esempio è il volto di uno dei commissari di culto, il commissario viennese Simon Brenner, creato dallo scrittore Wolf Haas, quasi del tutto inedito in Italia, e portato sullo schermo dal regista austriaco Wolfgang Murnberger. L’anno scorso, poi, Hader ha interpretato, in un biopic di notevole livello, gli ultimi anni (sud)americani dello scrittore Stefan Zweig in una pellicola intitolata Vor der Morgenröte (Prima dell’aurora), dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, la propria non comune versatilità. Hader non fa mistero del fatto di quanto gli anni passati accanto a Murnberger a interpretare Brenner gli siano serviti da apprendistato, vista la disponibilità del regista a coinvolgerlo, non soltanto nella sceneggiatura, bensì proprio in alcune scelte registiche. Ma il vero apprendistato di Hader sono e restano le sue straordinarie dote di scrittura, le sue doti performative nel campo del cabaret, improntate a un cinico understatement, rispetto al quale faremmo fatica a trovare qualcosa di analogo in Italia. La tradizione è squisitamente austro-bavarese, bisogna tornare indietro, che so io, a Karl Valentin, forse a Helmut Achternbusch e abbassandosi di un paio di livelli e tornando in terreno squisitamente cinematografico si potrebbe anche menzionare il regista bavarese Helmut Dietl, autore di graffianti commedie borghesi come Schtonk e Rossini, mai arrivate in Italia, che è morto due anni fa e a cui il film è dedicato. Tutto questo per dire che le attese erano molte, come anche la consapevolezza dei rischi, poiché –com’è noto – uno spettacolo di cabaret o anche un personaggio con una origine letterario-criminale è una cosa, un film con sceneggiatura originale è un’altra cosa, il rischio principale è la cucitura irrelata di gag, di situazioni comiche con pointe finale.
Diciamo che Hader ha provato a giocare alto, ha consapevolmente tradito l’orizzonte d’attesa dei suoi fan rinunciando alla comicità corriva, quella che si concreta nella battuta fulminante, ha provato a creare un gruzzolo di personaggi diversi, alcuni più riusciti altri meno, ciascuno con le proprie miserie, ciascuno con i propri tic, ma ha comunque inteso compiere un pregevole sforzo di orchestrazione che cerca di tenere insieme fili anche molto diversi fra loro. La metafora dell’orchestrazione non paia casuale perché in questo film la musica classica è tema principale. L’ultracinquantenne Georg, stimato e temuto critico musicale di un quotidiano viennese, viene all’improvviso cacciato dal suo superiore, un azzimato quarantenne che lo manda a casa, preferendo con il suo stipendio pagare tre giovani redattori, magari meno quotati e competenti ma in ogni caso meno costosi. Qui si apre la linea principale del soggetto, quello potenzialmente drammatico, anche se l’atteggiamento del personaggio interpretato da Hader stesso non fa granché per calamitare su di sé l’empatia dello spettatore. Il protagonista, come un personaggio che potrebbe uscire da un romanzo di Simenon o di Carrère fa finta di nulla, non dice niente a nessuno, men che ad altri alla moglie, psicologa quarantenne frustrata sia dagli insuccessi professionali (affogati nell’alcol) sia dal desiderio frustrato di maternità cui Georg piuttosto svogliatamente accondiscende. Nel corso delle sue scorribande il protagonista finisce ben presto al Prater e qui compare il terzo personaggio, Erich, interpretato da una delle star del cinema di lingua tedesca (per la verità anche in questa caso: austriaca) ossia Georg Friedrich, un balordo ex compagno di scuola del critico musicale che adesso guida il trenino elettrico che attraversa il parco giochi, salvo essere, quasi subito, a sua volta licenziato causa loschi traffici. Fra i due nasce una paradossale solidarietà e l’altrettanto paradossale proposito di rimettere in sesto un’attrazione, per l’appunto denominata “wilde Maus” (“il topo selvaggio”), di cui al titolo, una specie di montagne russe arrugginite: Erich riaggiusta, Georg finanzia e distribuisce volantini pubblicitari in una improbabile tenuta da paggio mozartiano, alla coppia si affianca la compagna rumena di Erich con cui il critico comunica in italiano, non foss’altro in grazia della sua lunga consuetudine col Belcanto. In parallelo Georg compie piccoli e grandi atti di vandalismo ai danni di colui che lo ha cacciato, dotandosi al contempo di attrezzature – e porto d’armi - per compierne di assai più impegnativi, addestrandosi alla bisogna.
Le tre vicende principali si intrecciano, si perdono e si ritrovano, forse è più debole quella che ruota intorno alla moglie, ma il film nell’insieme funziona. Funziona grazie a Hader soprattutto, ad alcune trovate di sceneggiatura che non riveleremo, alla recitazione sia di Hader che di Friedrich, ad alcune sequenze riprese e verrebbe quasi da dire coreografate in modo originale, come quelle finali. Si tratta chiaramente di un film di genere, una commedia nera; non staremmo invece a sprecare la definizione “tragicommedia”, utilizzata dal regista nel press-book, perché nessuno dei personaggi, a cominciare dal protagonista ha neppur lontanamente uno statuto drammatico o ancor meno tragico (geniale il momento in cui un cuoco giapponese fa a pezzi la macchina dell’ex-critico: una sua recensione gli aveva stroncato la carriera), ma è un film pieno di inventiva e in larga parte godibile.


CAST & CREDITS

(Wilde Maus). Regia: Josef Hader sceneggiatura: Josef Hader fotografia: Xiaosu Han, Andreas Thalhammer; montaggio: Ulrike Kofler, Monika Willi, Chirsoph Brunner; interpreti: Josef Hader (Georg), Pia Hierzegger (Johanna), Georg Friedrich (Erich), Jörg Hartmann (The Boss); produzione: Wega Film-Produktion origine: Austria 2017; durata: 103’.


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