Zwischen Welten – Inbetween Worlds - Concorso

Quarto risveglio mattutino con un film tedesco, autrice la regista Feo Aladag, nata a Vienna. Forse il peggiore di tutti e quattro. A parte Kreuzweg che a oggi resta il miglior film in concorso, il contributo tedesco al festival è veramente mediocre. D’altra parte se per il “Deutscher Filmpreis”, il César tedesco, che verrà consegnato nel mese di maggio, il regista più accreditato è Edgar Reitz con il suo prequel di Heimat visto a Venezia vorrà pur dire qualcosa. Il film di oggi verrebbe d’acchito di definirlo un film furbo, in apparenza composto di tutta una serie di elementi che in un festival come quello di Berlino, solitamente molto attento a questioni sociali, etniche e ai grandi focolai del mondo dove si disputano i conflitti, dovrebbe funzionare: abbiamo una guerra, quella in Afghanistan, con un’unità tedesca appartenente all’ISAF (International Security Assistance Force) chiamata a supportare un’unità locale anti-talebana agli ordini del comandante Haroon, un conflitto inter-culturale di latente –talora neanche troppo latente – violenza, un plot drammatico con i due protagonisti, il capitano Jesper (interpretato dal massiccio Roland Zehrfeld) e l’interprete/traduttore Tarik (Mohsin Ahmady), entrambi reduci da un lutto – uno ha perso il fratello, anch’egli sul fronte afghano, l’altro il padre, colpevole di aver voltato le spalle ai talebani – e desiderosi di riscatto, di risarcimento. Il dramma diventa melodramma, allorché Jesper si trova a dover scegliere fra il dovere (gli ordini del colonnello, Burghart Klaußner, rigido almeno quanto lo era nei panni del pastore del Nastro bianco) e le ragioni del cuore: salvare la sorella di Tarik, ferita in un attentato. La scelta di Jesper salva davvero la pelle alla ragazza, ma il capitano viene rimpatriato e, si suppone, licenziato con disonore (un soldato tedesco è rimasto vittima di un attentato che della decisione di Jesper è stata conseguenza), mentre in Afghanistan l’irredimibile violenza continua a mietere morti, fra cui Tarik. Questo in sé modesto plot è tutto concentrato negli ultimi quindici minuti del film; quel che accade negli ottanta minuti precedenti è una serie pressoché infinita di soluzioni drammaturgiche implausibili: l’arrivo dell’interprete al campo, senza nessuna forma di controllo da parte delle forze di occupazione (avrebbe potuto avere addosso un arsenale), l’episodio notturno con una mucca impigliata nel filo spinato che i soldati tedeschi uccidono per non farla soffrire (ma, andiamo!), il bambinello di carnagione nordeuropea che affianca sempre il comandante Haroon (il bel tenebroso ha avuto commercio con qualche soldatessa?), l’interprete che di notte, senza dire nulla a nessuno (non sono previste guardie notturne?), prende il motorino e va al paesello, a trovare la sorella, segregata in casa – e si potrebbe andare avanti. Tutto risulta estremamente improbabile; e là dove le vicende sembrano probabili, ecco che si palesa l’altro difetto del film, la meccanicità: la meccanicità dei parallelismi coatti fra i personaggi, la meccanicità nella permanente opposizione fra il comando (che, non si sa come, dice sempre no: al risarcimento della mucca morta, all’escursione notturna, al salvataggio della ragazza) e l’unità operativa, ma poi anche la meccanicità degli scontri a fuoco, dei ferimenti, tutti largamente annunciati, e infine la meccanicità delle dichiarazioni da parte afghana, sentite milioni di volte: chi vi credete di essere, voi avete occupato la nostra terra etc etc. No, non ci siamo proprio. Dispiace dirlo - non credo che sia un problema di genere: si veda Kathryn Bigelow – ma, per concludere, la regista non sa nemmeno girare un film di guerra, i tre o quattro episodi di scontro a fuoco sono proprio girati male. E anche il frequente uso del primo piano, in funzione espressiva, soprattutto del faccione di Roland Zehrfeld, risulta stucchevole e ripetitivo.
(Zwischen Welten); Regia: Feo Aladag; sceneggiatura: Feo Aladag, Judith Kaufmann, Matthias Kock; fotografia: Judith Kaufmann; montaggio: Andrea Mertens; musica: Jan A.P. Kaczmarek; interpreti: Ronald Zehrfeld, Mohamad Mohsen, Saida Barmaki, Shir Aqa, Christian Brückner; origine: Germania, 2013; durata: 98’
