28 Settimane Dopo

28 settimane dopo la sua propagazione iniziale, il virus della rabbia, che aveva sterminato la popolazione inglese, è considerato ormai sconfitto. Tutti gli infetti sono ormai morti e si può ricominciare la ricostruzione del paese e, con essa, anche il ricongiungimento dei pochi superstiti con i propri familiari lontani dall’isola, al momento del contagio.
Così Don (Robert Carlyle) può finalmente riabbracciare i propri figli rifugiatisi per sei mesi in Spagna, aiutarli ad inserirsi nella nuova desertica Londra e, soprattutto, raccontare loro le terribili vicissitudini che hanno portato alla scomparsa della loro madre. Data la situazione, i due ragazzi decidono di scappare dalla zona di quarantena per recarsi nella loro vecchia casa.
Punto di partenza e di analisi imprescindibile è necessariamente la pellicola precedente 28 Giorni Dopo di Danny Boyle, nel nostro caso solo in veste di produttore. Sono evidenti diversi elementi di continuità tra i due film, soprattutto per quel che concerne lo stile della regia, quasi sovrapponibile, caratterizzato da inquadrature e da una ripresa frenetica, soprattutto nelle soggettive degli infetti, indefinita e vorticosa. Stile, questo, da intendersi come necessario se non addirittura imposto, quantomeno per mantenere invariata una delle caratteristiche vincenti della precedente pellicola. Tutto ciò, naturalmente, nulla toglie all’operato del quasi esordiente regista Juan Carlos Fresnadillo, che mostra un indiscutibile tratto ed una efficacia inaspettata nella ripresa. Suggestive e coinvolgenti le immagini della città morta, abbandonata a se stessa e in balia del tempo, vero e proprio elemento ridondante, marchio identificativo caratterizzante dei due film, che acquisisce una nuova linfa, un vigore, una notevolissima forza visiva ed espressiva in particolar modo nelle scene di distruzione, scene assolutamente attendibili ed emozionanti.
Intrigante ed avvincente è lo sviluppo narrativo, permeato di un alone continuo di morte, in cui è distante ogni speranza. Lo spettatore segue l’ineluttabile fluire degli eventi attendendo un finale liberatorio, ma ben conscio che questo non potrà avvenire mai.
Sempre sul piano narrativo è acuto l’innesco degli eventi, che fattivamente nasce da un gesto di pace e di amore: un bacio, che è mortale. Bacio che simboleggia il perdono, il quale, sadicamente non può essere accettato dal fato o, più semplicemente, dalla dinamica degli eventi nella macchina cinema, un’azione - reazione a cui non si può sfuggire.
L’umanità è di fatto l’elemento messo in gioco nel film, il quid su cui ruota tutta la pellicola, e non importa la modalità in cui si esplica un atto di pietà, d’amore o generosità alla fine ne esce sempre sconfitta, paradigma forse di un neonichilismo generato da un individualismo e un generale senso di sconfitta.
(28 weeks later) Regia: Juan Carlos Fresnadillo; sceneggiatura: Rowan Joffe, Juan Carlos Fresnadillo, E. L. Lavigne; fotografia: Enrique Chediak; montaggio: Chris Gill; musica: John Murphy; scenografia: Mark Tildesley; costumi: Jane Petrie; interpreti: Robert Carlyle (Don), Rose Byrne (Scarlet), Jeremy Renner (Doyle), Catherine McCormack (Alice), Mackintosh Muggleton (Andy), Imogen Poots (Tammy); produzione: Andrei Macdonald D.N.A. film/Fox Atomic; distribuzione: Fox; origine: G.B. 2007; durata: 101 min ; web info: sito ufficiale
