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A LEZIONE DA OTAR IOSSELIANI

Pubblicato il 30 giugno 2014 da Fabiana Sargentini


A LEZIONE DA OTAR IOSSELIANI

Un attento e affascinato pubblico pesarese ha ascoltato per più di un’ora la precisa ma anche spiritosa lezione di cinema dell’ottantenne regista georgiano Otar Iosseliani, in visita alla cinquantesima mostra del Pesaro Cinema Giovani.

Come bruciante inizio il regista gioca in contropiede con una sincera affermazione di tragedia: il commercio, ovverosia il capitalismo, ha rovinato il cinema. Far diventare un film un prodotto lo ha snaturato: chi pretenderebbe da un artista come Giotto, Piero della Francesca o Dostoevskij che realizzasse un quadro o un romanzo in otto settimane?

Il cinema alle sue origini era perfetto, il formato dell’immagine era proporzionale al corpo umano e al suo organo visivo, non vi erano impedimenti esterni alla fruizione del film, nessun elemento distoglieva dalla concentrazione del vedere cosa accadeva sulla scena. Poi è arrivato il suono, poi diverse opzioni di formato dello schermo, poi addirittura il colore. Una catastrofe.

Attraverso dichiarazioni apocalittiche contro gli "ingegneri" che, su spinta dei governi, hanno inventato tutte queste diavolerie tecnologiche che ci hanno rovinato la vita, il maestro Iosseliani in maniera antica, con lavagna e pennarello, ci mostra come applica il suo metodo di regia per abbreviare tempi di riprese e semplificare il percorso produttivo.

Disegna, in solitudine, lui stesso uno storyboard dettagliato con movimenti di macchina, posizioni degli attori, dettagli di suono, punti di vista. Non utilizza mai musica extra diegetica. Suoni, ambienti, passaggi, voci e musica sono tutti sullo stesso piano. Un ascolto accurato e preciso della realtà contro la facile presa di una melodia commovente o di tensione. Considera la percezione uditiva seconda a quella visiva: tutto distrae dall’immagine, anche i sottotitoli, di cui ammette la necessità in alcuni casi.

La sua è un’attenzione al contenuto del film, al "testo" filmico pari ad un testo letterario o poetico, a un quadro o ad una scultura. Usa sempre movimenti di macchina semplici, organici, lente carrellate a privilegiare l’attenzione sulle tante piccole azioni che si svolgono all’interno dell’inquadratura.

Predilige una quasi assoluta assenza di informazioni comunicate tramite la parola: perché dilungarsi in chiacchiere quando si può spiegare tutto, e meglio, tramite gesti, sguardi, pantomime, messe in scena?

"La parola è menzogna, perché non trasmette mai il vero pensiero: limita invece che allargare la comprensione".

Un regista deve essere testimone del suo tempo, raccontare la realtà. Non che il bene vince sempre e su tutto, che l’eroe salva i poveri, che la vita è tutta un lieto fine come fanno gli americani. Qui a Pesaro Cinema Giovani non si vedono solo quei film finti che circolano di più: da cinquant’anni questo festival ospita il cinema che resiste e va avanti nonostante ci siano sempre meno contenitori dove film diversi possano sopravvivere.

"Se un cineasta diventa ricco è di certo un cattivo cineasta, ha un difetto, si è lasciato corrompere, è sceso a compromessi"

"Sono a Pesaro che per 50 anni ha difeso il vero cinema intraprendendo una lotta per salvare il nostro mestiere. Un’azione che ha cominciato Lino (Miccichè), poi ha preso Adriano (Aprà) la fiamma del testimone e ora continua il nuovo direttore, Giovanni Spagnoletti"

"I giovani si devono prostituire. Presto scoprono che bisogna fare il cattivo gusto del pubblico"

Dopo un’ora ininterrotta di belle parole Otar Iosselliani lascia il posto alle immagini: uno dei suoi primi film, C’era una volta un merlo canterino, del 1970, in cui si leggeranno le suddette regole metodologiche applicate al suo modo di fare cinema.

Nel pubblico resta l’impressione di aver ascoltato un alieno sceso dal pianeta del grande cinema di una volta, uno dei pochi superstiti di una caccia alle streghe capitalista, con l’unico scopo di distruggere l’immaginario collettivo.


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