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A Mighty Heart - Un cuore grande

Pubblicato il 26 novembre 2007 da Simone Isola


A Mighty Heart - Un cuore grande

La filmografia di Michael Winterbottom è un lungo viaggio nei conflitti della nostra epoca, tra realtà e invenzione. Dai Balcani al Medioriente sino alla vecchia Europa, il suo cinema tocca nervi scoperti, con uno sguardo privo di moralismo, diretto. Sono storie ed immagini di uomini indifesi, alla ricerca di un proprio posto nel caos che li circonda, in fuga dalle proprie origini, dal proprio passato; come per l’Emira di Benvenuti a Sarajevo o per la coppia di profughi, padre e figlio, dell’indimenticabile cammino della disperazione di Cose di questo mondo, la terra promessa (Londra) giunge dopo il biblico attraversamento di un’Europa solidale solo a parole. Dopo The road to Guantanamo, dove il regista inglese aveva fatto luce sull’inosservanza dei diritti umani nel celebre carcere USA, era giunto il momento di affrontare il conflitto puntando lo sguardo sul fondamentalismo islamico, cercando di coglierne in una vicenda esemplare radici e umori. L’interesse cadeva così su un caso drammatico e dibattuto, quello di Daniel Pearl, giornalista rapito da un gruppo integralista islamico e dopo alcuni giorni di prigionia barbaramente ucciso. Il crimine protratto verso quest’uomo e la sua famiglia è diventato emblematico proprio per il modo in cui i carnefici ne hanno dato testimonianza, ovvero l’utilizzo del video. Nel filmato dell’esecuzione il giornalista – le cui origini ebraiche erano ormai state scoperte dai criminali – pronuncia significativamente "Mi chiamo Daniel Pearl, sono un ebreo americano". Una storia toccante che induce riflessioni molto profonde sul conflitto mediorientale e sul mondo della comunicazione moderna.

L’operazione comportava più di un rischio, non solo per il tema scottante; la situazione produttiva traghettava il progetto verso i lidi di Hollywood, con l’apporto finanziario di una star come Brad Pitt e l’interpretazione di sua moglie – nonché diva planetaria – Angelina Jolie. Inoltre si trattava di costruire un thriller dal finale già noto, almeno per il pubblico di buona memoria.
Sin dalle prime immagini lo stile di Winterbottom resta inconfondibile, con l’uso continuo di riprese con macchina a mano, montaggio serrato e una rappresentazione precisa e sicura. Il suo senso di responsabilità nell’affrontare il problema della finzione permette al film i caratteri del melodramma così come l’esposizione asettica di situazioni e personaggi, conduce lo spettatore a non aderire completamente ai personaggi, al loro punto di vista, verso una “media distanza” che impedisce giudizi o prese di posizioni superficiali.

Il film adotta l’unico punto di vista di Mariane, ma senza pietismi; la sua casa pulita e ordinata lentamente si trasforma nel quartier generale delle ricerche, perennemente assediato dai giornalisti. Tuttavia, proprio questa voluta distanza permette allo spettatore di concentrarsi sull’inchiesta, scegliendo la strada del realismo. Una tale impostazione ha agevolato notevolmente la composta e mai sopra le righe interpretazione della Jolie, assai convincente nella sua ostinazione, nel suo ottimismo, nella sua rabbia; Marianne è un angelo tutto coraggio sino al grido per quella tragica notizia, che spegne il sorriso che Daniel aveva tanto amato. Se quindi qualcuno (non il sottoscritto) temeva in A mighty heart un melodrammone stile Amore senza confini (2003, sempre con la Jolie protagonista), con le star di Hollywood a pulirsi la coscienza nelle zone di guerra e di miseria, può gioire per scampato pericolo. Tuttavia, l’impostazione del film costituisce anche il suo limite più profondo e gli impedisce di spiccare davvero il volo. Quest’ansia d’equilibrio ha come risvolto lo scarso approfondimento di un contesto che è fondamentale quanto il tragico evento cui fa sfondo, come le implicazioni politiche, profondamente politiche di quel crimine. Si resta quasi alla semplice investigazione, si fa luce sulla spericolata rete di rapporti utilizzati dai giornalisti nei luoghi di guerra, ma non si scende nei meandri della città per scoprire l’essenza di un conflitto, dell’odio, ma solo per scovare indiziati o testimoni in popolosi caseggiati, fermare gente per strada chiedendo se riconoscono l’uomo della foto. Dove forse il film manifesta davvero qualche furbizia è nella collaborazione tra americani e pakistani alla risoluzione del caso, idilliaca e senza macchia, quasi come a suggellare l’appoggio USA al regime di Musharraf…

Evitando riflessioni maliziose, A mighty heart racconta mirabilmente la terribile tragedia di Marianne e di suo marito e il loro mirabile coraggio nell’affrontarla impedendo che la paura, vero obiettivo dei terroristi, stronchi i loro cuori. Non è poco, sia chiaro. Aspettiamo ancora chi ci mostri le radici dell’odio, le sue manifestazioni che restano nell’ombra, sempre più lontane dalla nostra comprensione e dalla nostra coscienza.


CAST & CREDITS

(A mighty heart); Regia: Michael Winterbottom; sceneggiatura: John Orloff; fotografia: Marcel Zyskind; montaggio: Peter Christelis; musica: Molly Nyman, Harry Escott; interpreti: Angelina Jolie, Dan Futterman, Irrfan Khan, Denis O’Hare, Archie Panjabi, Will Patton, Adnan Siddiqui, Gary Wilmes; produzione: Paramount Vantage, Plan B Entertainment, Revolution Films; distribuzione: Universal; origine: Usa, 2007; durata: 108’


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