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AB-USO

Pubblicato il 2 dicembre 2007 da Luigi Coluccio


AB-USO

Roma, Teatro Belli - <<Amleto è un bicchier d’acqua>>. Ed Elsinore non è più –al suo posto si staglia la potente ombra della Tate Modern o l’intimo spazio del Teatro Belli. E Rosencrantz e Guildenstern non sono più (qualcuno potrebbe obiettare che non sono mai stati...) –al loro posto due artisti come Michael Craig-Martin e Tim Crouch. E il Bardo? Il Bardo, forse finalmente, è il pubblico...

Questo sillogismo, solo apparentemente nato da una surrealtà altra, è ciò che ci propone il dittico messo in scena –dal 25 novembre al 2 dicembre al Teatro Belli- dalla romana Accademia degli Artefatti alla rassegna Trend – Nuove frontiere della scena britannica a cura di Rodolfo Di Giammarco. “ An Oak Tree ” e “ My Arm ”, testi del caustico autore-regista-attore britannico Tim Crouch, vengono coniugati dal regista Fabrizio Arcuri –da noi intervistato subito dopo lo spettacolo- e dall’Accademia degli Artefatti tutta in un ab(-)uso attoriale e testuale di rara pericolosità: nella prima parte del dittico -“ An Oak Tree ”-, un attore della compagnia degli Artefatti, in questo caso il bravo Gabriele Benedetti, guida per tutta la durata dello spettacolo un attore/attrice ospite, ignaro/a di ciò che andrà a fare –ha fatto da apripista a Trend Claudia Pandolfi; nella seconda parte di questo labirintico dittico –“ My Arm ”-, troviamo il divertente e divertito Matteo Angius a solcare trenta anni di storia della musica, dell’arte e del sociale di un’Inghilterra schizofrenica e insulare, violenta e giocosa -specchio, e ventre, di tutto il mondo. Spettacoli pericolosi dicevamo, ma in potenza: “ An Oak Tree ” è un giocattolo spigoloso, difficilmente percorribile ogni sera interamente nello stesso modo. La sua consustanzialità –termine inserito non a caso...- con il teatro tout court è totale: l’atto teatrale è un atto unico e irripetibile, che assurge a singola epifania; il testo di Crouch esaspera ciò, rendendo l’imprevedibile l’Iperuranio stesso da cui si alimenta questa idea di spettacolo. E la surrealtà di cui sopra, il Bardo che diventa pubblico, o il contrario, prende vita: umori, desideri e aspettative del pubblico riescono a guidare gli attori e il senso stesso dell’opera attraverso i due estremi di commedia e tragedia in cui “ An Oak Tree ” è situato –molto spesso, infatti, l’oscillazione dettata dal pubblico arriva ad annullare sopratutto i toni tragici del testo, restituendoci una visione parziale della pièce, ma esatta per quella serata. La sensibilità scenica –e di accostamento al testo- degli attori è primaria. Laddove Benedetti insiste su una interpretazione (?) basata su un grande gioco affabulatorio-corporale (salta, corre, si dimena, urla) che mira a restituire l’afflato poetico dell’opera; Pieraldo Girotto -altro attore dell’Accademia degli Artefatti, da noi visto in scena all’ultima edizione di Short Theatre - opta per un gioco cosciente e auto-compiaciuto della metateatralità, rendendo meno subliminale il testo. L’attrice ospite durante la serata di Trend, Claudia Pandolfi, per forza di cose inizialmente impacciata, pian piano fa venire fuori grazie al suo grande mestiere la sua interpretazione di questo gioco scenico che ha le potenzialità della catastrofe e del successo coniugate, indissolubilmente, insieme. Come “ An Oak Tree ” è tratto da un’opera di arte contemporanea –“ An Oak Tree ”, 1973, Michael Craig-Martin, National Gallery of Australia-, anche “ My Arm ” prende le mosse da una riflessione, da un’idea che arriverà a trovare rifugio (?) proprio nell’arte: un teen-ager dell’isola di Wight, durante una delle sue consuete sfide –assurde e corrosive come solo le sfide tra ragazzi possono essere- con il fratello, decide di tenere il braccio sinistro alzato per il maggior tempo possibile: alla fine, circa trenta anni. La tripartizione della rappresentazione –compresenza dell’attore-performer, del video e del girato in presa diretta- voluta da Fabrizio Arcuri, rende al meglio questa lunga cavalcata attraverso i deliri della modernità, narrati con un piglio e una struttura tipicamente di natura anglosassone: sprazzi poetici che nascono dal banale e dal quotidiano, mal de vivre causato dal cerchio asfissiante della famiglia capitalista e dal mondo metropolitano, ricordi personali connessi con fatti realmente accaduti, isolamento insulare e contemporaneamente centro del mondo, e tanta, bella e vitale, musica rock (Bob Dylan, Sex Pistols, Gary Jules...). Matteo Angius, perfetto nella parte del giovane artista –accompagnato in scena dal chitarrista Emiliano Duncan Barbieri-, traccia un ritratto visivo perfetto di questo ragazzo schiavo delle persone –per la sua infermità (?) fisica dipende sempre e comunque da altri- ma libero dalla società, in quanto autore di un qualcosa non capito, non accettato, non deciso dallo status quo –troverà la sua giusta collocazione, anche materialmente, solo nel mondo dell’arte, che lo accoglierà come un freak bellissimo e unico. Anche in questo caso un’idea, non di arte, ma di vita, di natura, prende il sopravvento sugli incidenti voluti dalla società moderna. Ed ecco, infine, la pericolosità in potenza: un’idea, una semplice, infinita e splendente idea che prenda il sopravvento sulla realtà, sui morti, sull’arte, sulle costrizioni. Un essere umano nutrito da un’idea è come un Dio in terra, una singola epifania. E quando vedremo ragazzi e ragazze perdersi per le vie delle città con le braccia sinistre alzate –al cielo? No, semplicemente alzate...- e Amleto diventare un bicchier d’acqua, allora capiremo che qualcosa sta veramente cambiando...


Autore: Tim Crouch Traduzione: Luca Scarlini Regia: Fabrizio Arcuri Interpreti " An Oak Tree ": (si alternano nelle repliche) Matteo Angius, Gabriele Benedetti, Pieraldo Girotto, attore/attrice ospite Interpreti " My Arm ": Matteo Angius, Emiliano Duncan Barbieri Paesaggi Sonori: Dj Rasnoiz Video: Lorenzo Letizia Cura degli ambienti: Diego Labonia Organizzazione: Miguel Acebes Web Info: Teatro Belli, Accademia Degli Artefatti, Tim Crouch, Michael Craig-Martin, Short Theatre


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