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Act of Valor

Pubblicato il 6 aprile 2012 da Nicola Lazzerotti
VOTO:


Act of Valor

Esiste o dovrebbe esistere un’attinenza religiosa e monacale tra il rappresentato e il rappresentante cinematografico. Un elemento di congiunzione sinestetica ispirato da un senso di ortodossa verità non tanto legato ad una posizione morale, quanto ad un desiderio rappresentativo di aderenza o quanto meno di vicinanza alla stessa verità. Premesse queste che gli autori di Act Of Valor intendono porre fin dalle prime immagini comparse su internet, fin dal trailer in cui i caratteri chiari dei titoli esprimevano la “verità” della messa in scena delle azioni sullo schermo. Come un documentario, e più di un documentario una ricostruzione finzionale di atti, di azioni belliche. Tutto questo è tradito però tragicamente dalla realizzazione del film, che riesce solo a tratti a trasmettere l’idea dell’azione militare.

A far franare il tutto un livello comunicativo dozzinale e smaccatamente artificioso che, anche con le attenuanti di un film di propaganda, non riesce mai a portare lo spettatore oltre la barriera dello schermo, ad immergerlo nella storia. Un parallelismo interessante è quello con il John Rambo di Stallone, in cui la rappresentazione della guerra e della violenza (mai così crudelmente autentica) era sostenuta da una forte caratterizzazione dei personaggi e dall’accentramento della storia sul dolente e ormai vecchio protagonista. Al contrario in Act of Valor c’è una perdita di sostanza poiché si è deciso di affidare una storia a personaggi che non erano centrali ma forse solo comparse. La storia esiste perché raccontata dalla noiosa voce off del protagonista che spiega, o meglio impone la vicenda, le vite private e le emozioni in una accozzaglia vischiosa e stantia, che ha il sapore di un indegno spot per l’arruolamento. Gli autori hanno infatti concesso troppo ad una comunicazione elementare atta a semplificare ogni concetto e ogni motivazione sterilizzando così ogni possibile nuovo pensiero sul film e sviluppando una narrazione piatta, che nella sua struttura esile allontana e distrae lo spettatore annientando così proprio quel senso del reale che era stato invece tanto ricercato.

Realismo che invece si percepisce in tutta la prima parte del film, grazie all’apprezzabile direzione della coppia di registi che riesce a proporre un lavoro avvincente, una regia inusitata e a tratti anarchica, libera e meno convenzionale nella scelta della messa in scena. Ma tutto si perde a causa di quel tono di fondo e quella assurda volontà di prendersi sul serio che il film vuole ostinatamente trattenere e che scema via via immancabilmente nel ridicolo.


CAST & CREDITS

(id.); Regia: Mike McCoy, Scott Waug; sceneggiatura: Kurt Johnstad; fotografia: Shane Hurlbut; montaggio: Siobhan Prior, Michael Tronick, Scott Waugh; musica: Nathan Furst; interpreti: I protagonisti sono effettivi dei SEAL della Marina Americana, Jason Cottle (Abu Shabal), Roselyn Sanchez (Lisa Morales), Alex Veadov (Christo), Nestor Serrano (Walter Ross); produzione: Bandito Brothers; distribuzione: M2 Pictures; origine: USA, 2012; durata:110 minuti’


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