Alberto il grande

Ciò che colpisce maggiormente dell’affettuoso omaggio dei fratelli Verdone al grandissimo Alberto, è il dolce ritratto dell’uomo, più che il ripasso lineare, per carità corretto ed assolutamente valido, della carriera straordinaria dell’attore (e regista) trasteverino. Nella descrizione del privato sta il valore principale del documentario Alberto il grande, perchè se nel ripercorrere gli essenziali passi dell’artista si seguono senza sorprese e con un certo schematismo i fondamentali momenti del suo eccezionale cammino professionale, nel raccontare l’uomo si dà la possibilità allo spettatore di conoscere un pò meglio un doppio Alberto privato: da una parte quello più baldanzoso, l’uomo che sa come disinnescare la vita, come renderla innocua e divertente con un sorriso e una battuta tagliente, definitiva, che non ammette replica. Il carattere del romano spavaldo, insomma, gioviale, disincantato e sicuro di sè. Il sordi più televisivo e quindi più conosciuto, quello portatore di un privato esteriore. Dall’altra parte, invece, ecco il ricordo di un uomo innamorato del suo bambino, un adulto riservato e pacioso, quasi fin troppo semplice nei suoi riti domestici. Un uomo placido avvolto nei suoi spazi, nei suoi tempi e nelle sue abitudini, negli affetti più antichi. Un Alberto con un privato stratificato, dunque, più pubblico per certi versi il primo, più intimo il secondo. E nel far funzionare quest’ala più segreta del grande attore, gioca un ruolo centrale la casa di Alberto. Non quella di Via De’ Pettinari 40 (angolo Via delle zoccolette) dove Sordi ha vissuto dal ’41 al ’58, e nemmeno quella di Via San Cosimato dove Alberto è nato, che tra l’altro non esiste più. Ma quella comprata all’inizio degli anni ’50 e soffiata in qualche modo all’amico De Sica, che l’aveva adocchiata ma non potè comprarla. Aperta per la prima volta oggi dalla sorella Aurelia ai fratelli Carlo e Luca, sinceri e fidati amici di famiglia, la villa è oggettivamente meravigliosa, con tanto di teatro e giardino mozzafiato su Caracalla. Fu scelta da Sordi perchè da lì si poteva respirare tutta la Storia di una città antichissima, si poteva stare al centro di Roma senza sentirne il caos che l’attanaglia e l’infastidisce. La villa, rimasta identica a com’era quando Alberto era vivo, offre a Carlo tutti gli appigli per ricordare con sincerità ed emozione il grande amico e maestro, un padre artistico amatissimo e mai imitato. Ovviamente Verdone, che di ricordi ne ha a quintali e che conosce molto bene quella casa, rievoca Albertone a modo suo, con aneddoti che partono dolci e spesso si sciolgono rapidamente in comicità pura. Ma si sente, al di là di ogni tentazione comica, naturale e per certi versi sordiana, il rapporto davvero tenero che c’era tra i due. Colpisce, in tal senso, un repertorio tra i tanti usati nel film, soprattutto Luce e Rai. Quello in super 8, il più raro tra tutti, in cui si beve qualcosa durante una pausa sul set di In viaggio con Papà. In questo filmato, forse appartenente a Verdone stesso, si coglie un Alberto legatissimo affettivamente a Carlo. Lo bacia più volte sulla guancia, lo tratta con calore enorme, davvero come un figlio, in un modo che sorprende perchè pare estremamamente spontaneo ed autentico. Ora può darsi che Sordi non fosse del tutto uscito dal personaggio (nel film lui è il padre e Verdone è il figlio) ma la cosa è poco credibile, perchè Alberto non era tipo da Actor Studio. Del resto, lo stesso Enrico Vanzina, uno dei tanti intervistati del film, ricorda che Sordi era sempre Sordi. e che gli bastavano un cappello, un vestito, un accessorio per entrare dentro un personaggio. Vanzina ricorda quando Sordi spiegò questo concetto ad Andy Warhol, che a New York volle intervistarlo. Warhol gli chiese come facesse a passare da personaggio a personaggio, e Sordi, quasi sorpreso dalla semplicità della domanda, con un sorriso beffardo gli disse appunto che gli bastava un oggetto, perchè dentro ogni personaggio c’era tanto di sè. Della sua casa a Caracalla, ormai museo della città, colpiscono la barberia dove Alberto si faceva sistemare per benino prima di ogni cerimonia, la stanza da letto nella quale la domenica pomeriggio riposava per almeno tre ore, dopo aver sentito alla radio un pezzo di partita della Roma. Colpiscono i quadri del ’700 con scene teatrali, e soprattutto il Teatro Cinema nella pancia dell’edificio, una saletta incantevole nella quale Sordi, almeno fino al ’72, anno della morte della sorella Savina, era solito organizzare feste e ricevimenti con amici e colleghi. Poi più nulla, ma gli amici l’hanno sempre amato, e quelli che sono ancora vivi si sono messi oggi tutti a disposizione per salutare l’amico e attore immenso. Le loro parole aggiungono sapore e completano l’interessante ritratto di Alberto il grande. Christian ed Emi De Sica, Goffredo Fofi e Gianluigi Rondi, Claudia Cardinale e Franca Valeri, Gigi Proietti e Pippo Baudo, Ettore Scola e Carlo Vanzina oltre al già citato Enrico, suo fratello, tutti insieme salutano ancora una volta Alberto, e colgono l’occasione per ringraziarlo di nuovo a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Carlo e Luca Verdone, insieme a tutti gli intervistati e alla fondazione Sordi, alzano una voce forte che vuole tenere viva la memoria di questo grande artista italiano.
(Alberto il grande); Regia: Luca Verdone, Carlo Verdone; produzione: Arimvideo, Fondazione Alberto Sordi; in collaborazione con Medusa Film; origine: Italia, 2013.
