Beautiful Country

“Bui doi” , “less than dust”... E’così che inizia “Beautiful Country” come per farci immergere subito in un’atmosfera cupa, che delinea questo dramma. “Meno della polvere”: così i vietnamiti chiamano i nati da madre vietnamita e padre americano. Così viene chiamato e considerato il protagonista Binh sia dalla sua famiglia adottiva che dalla comunità che lo circonda. Scacciato dal nuovo capo famiglia Binh si reca allora a Saigon in cerca della vera madre, che lo accoglie e lo porta a lavorare con sé in una facoltosa casa come servo. Ma non appena ritrovato il nuovo equilibrio, il dramma si scatena nella vita del povero Binh.
Il film del regista norvegese Hans Petter Moland narra il viaggio di un uomo alla ricerca della propria Casa, un luogo dove possa essere amato incondizionatamente. Ma questo è anche un viaggio interiore, in cui il giovane compie via via la scoperta di quei sentimenti che lo formeranno e lo segneranno per la vita. Questo moderno “Brutto Anatroccolo” guida lo spettatore in un’odissea di immagini cariche di enfasi drammatica e di inquietudini, in cui il senso di disperazione che avvolge il protagonista è sedato solo dall’umanità e dalla solidarietà che nasce dalla comunione degli eventi e delle disgrazie che toccano i personaggi della storia.
Ottima è la compagine attori: su tutti il protagonista Damien Nguyen, che grazie ad una recitazione controllatissima regala al personaggio uno straordinario senso di estraniazione in cui è manifesto tutto il tormento e la sofferenza interiore. Interessante infatti è il modo in cui il protagonista esterna - anzi, non esterna - il proprio malessere interno, costruendo con il silenzio un’immagine di profondo sconforto. Da ricordare inoltre le interpretazioni di Nick Nolte e Tim Roth, che regalano alla scena interpretazioni validissime e mai caricaturali.
Valido è l’atteggiamento che il regista utilizza nei confronti del protagonista, su cui la telecamera sovente si sofferma immobile a riprenderlo quasi nel tentativo di creare un ulteriore coinvolgimento emozionale dello spettatore. Buona è inoltre la messa in scena che non risulta mai stucchevole o facile e che anzi, si discosta da qualsiasi atteggiamento moralizzatore e banalizzante. L’intento evidente dell’autore non è quello di mostrare un dramma sociale, che per il protagonista è un dato di fatto, ma di marcare quelle che sono le esigenze emotive e sentimentali di un individuo, che sono se mai comuni a tutti gli individui.
(Titolo originale) Regia: Hans Petter Moland; sceneggiatura: Sabina Murray; fotografia: Stuart Dryburgh; montaggio: Wibecke Rønseth; musiche: Zibigniew Preisner; interpreti: Damien Nguyen, Bai Ling, Dinh Xuan Phuc, Nick Nolte, Tim Roth; produzione: Edward R. Pressman, Terrence Malick;distribuzione: Lady Film S.r.L; origine: U.S.A./Norvegia 2004; durata: 125’
