Boris - Il film

“Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte”. Sono queste le parole con cui Diego Lopez, delegato di rete traffichino ed arruffone, presenta al regista, René Ferretti , la possibilità di essere degradato al grado più basso nella scala gerarchica della produzione italiana: il cinema. Budget limitato, maglioncini pelosi e occhiali alla Gramsci sono infatti gli incubi che affollano i pensieri di chi è abituato ai ricchi set delle fiction televisive. Ma il destino di Lopez, di Ferretti, della troupe de “Gli occhi del cuore” e della loro mascotte Boris è ormai segnato: il grande schermo e la sala buia li attendono.
Chi temeva che il passaggio di Boris, dai cieli di Sky alla pellicola, comportasse necessariamente un doloroso compromesso con le istituzioni rimarrà piacevolmente sorpreso. Boris non si addomestica. Può cambiare l’obiettivo della sua ironia graffiante, il bersaglio della sua tagliente comicità ma lo spirito, quello dei teatri off e della televisione di nicchia, no. Non cambia. Un carattere che non guarda in faccia nessuno, che beffeggia la rete e i suoi dirigenti, nonostante questi producano e distribuiscano il film, che rappresenta in modo schietto e diretto vizi e anomalie del nostro cinema. Senza nascondersi dietro al mantello dell’alta cultura, senza mascherarsi da finto intellettuale (ben rappresentati nel film dall’altezzosa e desolante dirigenza di rete), Boris mette alla berlina tutto il nostro cinema. I famigerati cinepattoni vengono così derisi tanto quanto le pellicole d’autore, partecipi entrambi di un gioco al massacro che è, in sé, il nostro sistema produttivo. Neri Parenti come Matteo Garrone, i fratelli Vanzina come Calopresti finiscono per esser attori della stessa farsa che ironizza, in modo tragicamente reale, sulla condizione del nostro cinema. Non c’è da stupirsi dunque se accanto Corinna Negri, storica attrice inetta della serie, si affacci sul set de “La Casta” la timida e impacciata controfigura di una caratteristica interprete di film d’autore.
Dalla televisione al cinema il quadro è dunque lo stesso. Stesse meccaniche bieche, stessi sotterfugi, stessi compromessi al ribasso. La filosofia di René Ferretti e di Boris sembra rappresentare molto di più che le dinamiche di un set o di una produzione. Non è un caso, da questo punto di vista, che molte delle frasi simbolo della serie (solo in parte ripresentate nel film) siano in breve tempo diventate di uso comune. Chi però non hai mai visto la serie non deve preoccuparsi. Il lavoro dei tre registi e sceneggiatori, Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, è infatti riuscito nel difficile compito di rendere indipendente la versione cinematografica di Boris dal suo ingombrante predecessore televisivo. Una commedia vera, un corpo omogeneo in cui ogni sketch, ogni battuta trova il suo posto come il tassello di un divertentissimo (e a suo modo tragico) puzzle.
(Boris il film); Regia e sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo; fotografia: Mauro Marchetti; montaggio: Massimiliano Feresin; musica: Giuliano Taviani, Carmelo Travia; interpreti:Francesco Pannofino, Pietro Sermonti, Caterina Guzzanti, Carolina Crescentini, Luca Amorosino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Antonio Catania, Massimo De Lorenzo, Alberto Di Stasio, Roberta Fiorentini, Andrea Sartoretti, Alessandro Tiberi, Giorgio Tirabassi, Massimiliano Bruno, Carlo De Ruggieri, Ninni Bruschetta; produzione: Wildside, RaiCinema; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia; durata: 108’.
