X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Buried - Sepolto

Pubblicato il 20 ottobre 2010 da Arianna Pagliara


Buried - Sepolto

Un uomo, una bara di legno, un accendino, un telefono cellulare. Non serve altro al regista spagnolo Rodrigo Cortés per girare un thriller tesissimo capace di chiamare in causa grandi temi, come la guerra in Iraq, le storture della società americana e in più in generale quelle di un’epoca completamente soggiogata dal potere delle immagini, dove la morte si fa audience e il cinismo impera su ogni cosa.
La sceneggiatura sa rispettare bene le regole del genere e i novantacinque minuti nello spazio claustrofobico della bara scorrono senza che cali mai l’attenzione dello spettatore, grazie anche all’ottima interpretazione di Ryan Reynolds. Del protagonista vediamo la faccia ora stravolta ora speranzosa, rischiarata dalla penombra incerta dell’accendino che consuma ossigeno mentre i minuti passano. Del resto del mondo invece sentiamo solo la voce, attraverso il cellulare: è un mondo che da dentro la cassa in cui è rinchiuso Paul, sotto metri di sabbia nel deserto iracheno, appare nudo in tutta la sua assurdità, la sua violenza, le sue ipocrisie e la sua crudeltà.
L’Fbi e il governo da un lato, i sequestratori iracheni dall’altro, e in mezzo un uomo che, pur non essendo un soldato, è stato risucchiato dalle dinamiche spietate che la guerra ha messo in atto. Paul sa che su un piatto della bilancia stanno gli interessi economici e politici, e sull’altro il valore che la società, la nostra “civilissima” società occidentale, sta dando alla sua vita in quel momento: la vita di un uomo comune, che ha una moglie e un figlio, e che guidava camion attraverso il deserto dell’Iraq quando é caduto in un’imboscata. Non un generale, non un politico, semplicemente un uomo, che ora respira a fatica stretto in una bara di legno che man mano potrebbe riempirsi di sabbia. E nel frattempo le operatrici telefoniche gli chiedono il suo numero di previdenza sociale o lo mettono in attesa facendogli ascoltare frivoli sottofondi musicali. Tra frustrazione e follia, angoscia e terrore il protagonista cerca di vincere il panico e mantenere la calma. Tutta la sua vita – passata e presente - prende forma attraverso quelle concitate e disperate conversazioni telefoniche che sono l’unico mezzo che gli resta per tentare di essere salvato.
Qualcuno potrebbe obiettare che non sempre Cortés mantiene completamente intatto il senso di verosimiglianza (è così facile telefonare in America e spedire video da un cellulare se si é sepolti in una bara nel deserto dell’Iraq?), ma al film si perdona volentieri qualche lieve imperfezione anche solo pensando a come uno spazio insignificante e buio - grazie ad un’attenta fotografia e ad una sceneggiatura ben costruita - si allarga alla nostra percezione fino a generare suspence e a nascondere misteri.
Con pochi elementi scenici usati alla perfezione, Buried sa essere insomma un ottimo esempio di un cinema che è, insieme, di genere ma anche di contenuti, e che colpisce per l’agilità della forma e l’efficacia espressiva. E’ un film, il secondo lungometraggio di Cortés, tutto imperniato su un’unica idea, semplicissima e perfettamente funzionale ad aprire un discorso che sa farsi ampio e articolato pur nello spazio, a dir poco esiguo, che viene offerto all’occhio ansioso e vigile della macchina da presa.


CAST & CREDITS

(Buried) Regia: Rodrigo Cortés; sceneggiatura: Chris Sparling; fotografia: Euduard Grau; montaggio: Rodrigo Cortés; musica: Victor Reyes; interpreti: Ryan Reynolds (Paul Conroy); produzione: Versus Entertainment, The Safran Company, Dark Trick Films; distribuzione: Moviemax; origine: Spagna, Usa, Francia; durata: 95’.


Enregistrer au format PDF