Cannes 2008 – Concorso - Adoration

Decimo lungometraggio di Atom Egoyan, Adoration si porta dietro i temi e i modi di rappresentazioni tanto cari, e ormai tipici del suo cinema, al regista nato in Egitto ma di nazionalità canadese. Lo schermo diviene rebus in cui lentamente distinguere il reale dall’immaginario, sapersi confrontare con una verità che non è mai oggettiva ma che vive riflessa nelle interpretazioni di ciascun personaggio, rintracciare e ricomporre infine tutti i frammenti di una narrazione che ha sempre rifiutato, e continua a farlo, qualsiasi barlume di linearità.
Il cerebralismo delle sue sceneggiature impone una visione attenta perché è sempre presente il rischio di perdere un qualche tassello fondamentale per scovare le fila dell’intero intreccio.
Simon, un adolescente rimasto senza genitori e cresciuto dal giovane zio, racconta la storia della sua vita tramite internet, dialogando con persone di tutto mondo e provocando le reazioni più diverse. Alla fine, e solo in quel momento, scopriremo se il racconto è frutto dell’immaginazione del ragazzo o se corrisponde alla verità.
In questo ultimo lavoro, molteplici spunti si legano tra loro creando una rete inestricabile che solo nell’epilogo sembra trovare una qualche soluzione. Tutta la realtà è filtrata attraverso l’occhio delle nuove tecnologie (anche questo tema assai caro ad Egoyan). Il giovane protagonista raccoglie testimonianze, che poi diverranno tasselli della sua storia, solo grazie alla digitale del proprio cellulare, mentre il suo confronto con il mondo esterno è affidato quasi unicamente alla presenza di internet. Il computer diviene appuntamento quotidiano per Simon, principale momento di dialogo con gli altri. È davanti lo schermo del suo portatile che mette a nudo la propria vita, reale o finta che sia, ed i propri ricordi. È su quella tastiera che rintraccia i mezzi per andare alla ricerca delle sue radici.
All’interno di questa riflessione sulla moderna tecnologia si inserisce lo spettro, tutto contemporaneo, del terrorismo, la paura del mondo islamico e i pregiudizi che si porta dietro. In una contrapposizione continua tra ultramodernismo ed antichità (non è un caso che ad internet e ai nuovi media sia opposto un antico violino come ricordo materno), il regista racconta della identità personale e della sua mancanza. Di una identità che ormai si è spinti a cercare non dentro noi stessi ma nel materico che ci circonda. La particolarità dello stile di Egoyan risiede in questo suo fedele modo di rispecchiare nella costruzione visiva ciò che sta alla base del suo racconto, l’idea ancora nella sua forma astratta. Così, anche la narrazione si arricchisce di minuto in minuto di nuovi livelli, di diversi strati da esplorare ed analizzare per conquistare quelle chiavi di lettura, quel briciolo di senso necessario a scoprire il perché del film.
Per quanto intellettuale possa essere il gioco dell’autore canadese, la pellicola affascina immediatamente pur risultando da subito particolarmente ostica. Ma sia la morbidezza dei movimenti e del colore quanto la delicatezza nel dare forma a questo continuo puzzle visivo riescono a lasciarci vigili e pronti ad accogliere un finale che ci premia.
(Adoration); Regia e sceneggiatura: Atom Egoyan; fotografia: Paul Sarossy; montaggio: Susan Shipton; musica: Mychael Danna; scenografia: Phillip Barker; interpreti: Arsinée Khanjian, Scott Speedman, Rachel Blanchard, Naom Jenkins ; produzione: Ego Films Art, Serendipity Point Films, The Film Farm, ARP; distribuzione: ARP Selection; origine: Canada 2007; durata: 100’;
