Cannes 2008 – Concorso - Serbis

Un vecchio cinema (si chiama ironicamente Familia) dove oggi si proiettano film erotici degli anni 70 e la cui sala è punto di ritrovo e di affari per la prostituzione maschile. Dentro questo enorme e fatiscente comprensorio abita la famiglia che gestisce il cinema. Figure particolari, ognuna distante dalle altre ma tra loro profondamente legate non solo da vincoli parentali ma da una sorta di destino unificatore.
Nella miseria del luogo, Brillante Mendoza racconta la storia di queste cinque solitudini, a volte incrociandole tra loro, altre volte concentrandosi su di un personaggio alla volta. Serbis vuole essere, tenendo conto anche delle affermazioni del regista, un film di denuncia su di un fenomeno dilagante come quello della prostituzione maschile minorile e lo è a suo modo. Ancora prima, però, è un affresco, personale e stravagante per certi aspetti, assai umano della società filippina. Rintracciando nel titolo una doppia chiave di lettura (Serbis significa servizi; quelli interni al nucleo di parenti e quelli che il cinema “offre” ai suoi clienti), la pellicola si pone come attenta osservatrice della composizione familiare filippina odierna, tipicamente matriarcale. Laddove gli uomini sono chiamati a ricoprire i ruoli principali in politica e negli affari, tra le mura di casa è la donna a detenere il potere decisionale.
Continuando a mettere al centro della macchina da presa i suoi personaggi (peculiarità del suo cinema già a partire da Le Masseur, opera d’esordio del 2005), Mendoza rafforza una poetica fondata sul volto umano e su un’attenta costruzione psicologica. In questa processione descrittiva così rigorosa il regista filippino inserisce variabili impazzite, spunti narrativi che apparentemente, ma non solo, non hanno alcuna rilevanza all’interno della narrazione. È un gioco un po’ naif ma che riesce nell’intento di incuriosire. È il caso del foruncolo del giovane Alan, mostrato con tale enfasi all’inizio del film da aspettarsi una qualche evoluzione. Il foruncolo invece rimane sospeso per poi deflagrare, tipico del gusto naif anche questo, senza alcun senso all’interno di una bottiglia di plastica, in una sequenza che nulla aggiunge al film, mostrandosi per quello che è: un semplice capriccio dell’autore.
Il pregio del film è il suo non lasciare indifferenti, forse proprio per questa commistione tra una costruzione alquanto rigorosa della narrazione ed alcune trovate che oltrepassano lo spiazzante per sconfinare nel regno dell’assurdo. L’epilogo, con la pellicola sullo schermo che pare bruciare mentre in scena non accade nulla di particolarmente rimarcabile, ne è un ulteriore esempio. Non basta questo, però, a considerare il film un prodotto riuscito. Troppe le pause, le incertezze, l’ostinazione nel volere sottolineare situazioni e momenti che potrebbero tranquillamente restare nell’ombra, guadagnando in eleganza e tralasciando una banalità visiva troppo spesso denunciata.
_ Serbis è un film che troverà sicuramente i suoi sostenitori, ma, lontano dal convincerci, alla fine evapora e pare disintegrarsi proprio come la pellicola che Mendoza brucia sullo schermo.
(Serbis); Regia: Brillante Mendoza; soggetto: Armando Lao, Boots Agbayani Pastor; sceneggiatura: Armando Lao; fotografia: Odyssey Flores; montaggio: Claire Villareal; musica: Gian Gianan; interpreti: Gina Pareño (Nanay Flor), Jaclyn Jose (Nayda), Julio Diaz (Lando), Coco Martin (Alan), Kristofer King (Ronald), Dan Alvaro (Jerome), Mercedes Cabral (Merly); produzione: Centerstage Productions, Swift Productions; distribuzione: Fortissimo Films; origine: Filippine / Francia 2008; durata: 94’;
