Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini

Raccontare la storia di un maestro del cinema famoso e chiacchierato come Federico Fellini – nel ventennale della sua morte - non è semplice, a maggior ragione se a farlo è un suo vecchio amico: Ettore Scola. Accantonando quasi del tutto la via del documentario, il grande cineasta italiano decide di raccontarci il “suo” Federico, quello che ha conosciuto, gli aneddoti vissuti insieme e le loro storie parallele. E il titolo stesso – Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini – annuncia questo taglio personale ed autobiografico.
Scola e Fellini hanno infatti entrambi debuttato come vignettisti e autori sulle pagine del Marc’Aurelio, storica rivista satirica italiana uscita tra il 1931 e il 1958 su cui esordirono alcuni dei più importanti nomi del cinema nostrano: oltre a Fellini e Scola Ruggero Maccari, Steno, Age & Scarpelli e molti altri.
Da quel momento in poi, la loro amicizia non ha conosciuto interruzioni ed ha attraversato alcune delle pagine più importanti del cinema italiano. Oltre agli aneddoti personali – chiacchierate al bar, i giri in macchina notturni che Fellini, insonne, propinava ai suoi amici – Che strano chiamarsi Federico ripercorre infatti anche la realizzazione di alcuni dei capolavori del regista riminese: dall’esordio con Lo sceicco bianco alla sequela di premi Oscar. Ma sempre indirettamente, come nella chiacchierata in macchina dei due registi con una prostituta romana, la cui storia andrà chiaramente ad ispirare Le notti di Cabiria.
Per raccontare quelle persone, quegli anni, quei film, Scola omaggia innanzitutto lo stile del suo amico Federico: a metà tra il sogno e la realtà, affascinato da freaks, circensi, ballerine da avanspettacolo e visioni grandiose. Per farlo gira negli studi di Cinecittà, come Fellini ed il suo celebre Studio 5, muovendosi in maniera teatrale tra ambienti diversi con l’accompagnamento di un narratore – Vittorio Viviani – che “interagisce” direttamente con il pubblico.
E poi ci sono i documenti d’epoca, ad esempio i provini per Casanova – a cui parteciparono, senza avere la parte, anche Alberto Sordi e Vittorio Gassman – o l’omaggio che il regista di Trevico già aveva fatto al suo amico Fellini: la strepitosa sequenza di C’eravamo tanto amati in cui si ricostruiva, a dieci anni di distanza, la lavorazione di quella che è forse la scena più famosa della storia del cinema, la Fontana di Trevi in La dolce vita, con la partecipazione degli stessi Fellini e Mastroianni.
Un viaggio nostalgico in un’epoca perduta e soprattutto nelle storie condivise di due ragazzini di provincia appena giunti nella Città Eterna, ma destinati a cambiarla per sempre.
(Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini) Regia: Ettore Scola; sceneggiatura: Ettore, Paola e Silvia Scola; fotografia: Luciano Tovoli; montaggio: Raimondo Crociani; musica: Andrea Guerra; scenografia: Luciano Ricceri; interpreti: Tommaso Lazotti (Fellini giovane), Vittorio Viviani (il narratore), Giacomo Lazotti (Scola giovane), Sergio Pierattini (Vito De Bellis); produzione: Payper Moon Srl, Palomar, Istituto Luce-Cinecittà; distribuzione: BIM, Istituto Luce-Cinecittà; origine: Italia; durata: 93’.
