Cinemambiente 2007 - Focus diritti umani / 1967 - 2007: 40 anni di diritti violati

Dopo la pellicola familiare di Kamal Aljafari prosegue il focus Diritti Umani 1967/2007: 40 anni di occupazione, 40 anni di diritti violati. Dai confini stabiliti dall’ONU nel 1967 al muro, dalle case abbandonate a Jaffa nel 1948 ai traslochi coatti dei nostri giorni East to West di Enas I. Muthaffar e Bil’in Habibti (Bil’in My Love) di Shai Cameli Pollak documentano le condizioni di un Paese da quarant’anni in stato di guerra.
I linguaggi per raccontare la complessità della vita nei territori palestinesi sono molti. La rabbia, il dolore, la paura per il futuro sono sempre gli stessi. Che si decida di narrare le vicende quotidiane di una famiglia, di un villaggio diviso dal muro o del continuo migrare di chi è costretto a spostarsi per sopravvive, il sentimento di pessimismo e di sdegno traspare immutato. Come ammette la stessa Enas I. Muthaffar, quando si vive fra check point, cecchini, militari, dentro ogni abitante palestinese nasce un sentimento di rabbia e frustrazione nei confronti di chi non fa nulla per risolvere la situazione. La veemenza e la forza della regista palestinese manifestano perfettamente il senso di insoddisfazione nei confronti di tutte quelle istituzioni, dall’ONU ai governi dei Paesi interessati, che fino ad ora, sono rimaste, nei fatti, indifferenti al problema. E’ sempre la Muthaffar a ricordare come alcune risoluzioni delle Nazioni Unite, come quelle sull’Iraq, vedano una reazione immediata da parte degli Stati membri mentre altre, come quelle sui confini fra Israele e Palestina, non provochino, praticamente, alcuna reazione. Appare evidente come gli interessi in gioco, economici e politici, vadano ben oltre un semplice, seppur contestato, confine. Così come appaiono evidenti le condizioni di vita estremamente difficili che il popolo palestinese è costretto a subire da quarant’anni. Non bisogna, però, accettare l’idea che i costi, umani e non solo, di questo conflitto ricadano solo sulla Palestina. Così come non si può pensare che le colpe di questa situazione stagnante siano tutte da imputare all’Occidente e ad Israele. In un conflitto così lungo, fra due popoli dalla storia e dal vissuto così complesso, è evidente che ogni passo, ogni frase possa venir fraintesa o usata in malafede, ma finché si penserà che il torto o la ragione alberghino solo in una fazione, il groviglio non potrà che intricarsi. Non si può, ad esempio, non concordare con la Muthaffar quando sostiene che, ogni qual volta si critichi Israele, si venga accusati di antisemitismo. Nessuno, in buona fede, può negare il genocidio o le brutalità della Shoah, ma non ci si può nemmeno nascondere dietro un passato crudele. Israele, come tutti gli Stati sovrani, può e deve essere criticata ogni qual volta non rispetti le regole della convivenza civile. Solo accettando tutte queste premesse potrà realmente diventare possibile avviare un dialogo, un confronto. Non si può, però, purtroppo, vivere nell’utopia del pacifismo a tutti i costi, dei “senza se e senza ma”. Finché non ci saranno esigenze politiche ed economiche tali da consentire un vero processo di pace, non si potrà far altro che costruire muri, barriere e confini. Non si tratta di pessimismo, ma di realismo: sensibilizzare, documentare, coinvolgere la società su queste materie, serve comunque a sgombrare il campo dall’ignoranza e dai pregiudizi. Per la pace, per Israele e per la Palestina, ma soprattutto, per non essere pecore di un gregge di ignoranti.
Giampiero Francesca
Video diary Cinemambiente - 13/10/2007
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