Complici del silenzio

Quello tra cinema italiano e terrorismo è da sempre un rapporto prolifico, che ha assolto al compito di testimoniare le insoddisfazioni per la situazione politica e istituzionale, maturate nei decenni di contestazione più caldi. Il mezzo filmico si è dimostrato un osservatorio privilegiato per descrivere l’evoluzione della coscienza collettiva rispetto agli episodi traumatici del nostro passato recente. Ciò è vero sin dalla stagione della grande utopia rivoluzionaria, negli anni sessanta, con film come Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci o I pugni in tasca di Marco Bellocchio. I cosiddetti “autori” si sono cimentati più volte nel raccontare l’Italia post-catastrofe e la loro attività si è intrecciata con quella di registi "polizieschi" – considerati più popolari – come Damiani, Corbucci, Martino, i quali attraverso il filtro del genere hanno saputo restituire in modo più diretto il clima di violenza, eversione e terrore che si respirava in quegli anni.
I film che si sono occupati di stragismo, servizi segreti e bande armate rientrano ormai nella categoria del testo sociale, in cui il pubblico da semplice fruitore diventa parte del processo produttivo perché coinvolto negli insidiosi meccanismi della memoria. Ed è quanto si verifica anche in Complici del silenzio di Stefano Incerti, che in verità sposta di qualche grado l’angolo visuale, concentrandosi su una vicenda dolorosa che ha interessato in primo luogo l’Argentina ma anche e non superficialmente il nostro paese. Non è la prima volta che il regista nato a Napoli affronta dei fatti drammatici con l’intenzione di sondare i risvolti più cupi dell’animo umano: prova ne sono i suoi lavori precedenti, da Il verificatore in cui osservava la vita di un uomo attraverso uno sguardo disincantato e intriso di solitudine a L’uomo di vetro in cui tratteggiava il percorso di annichilimento fisico e mentale del primo pentito di Cosa Nostra. Qui Incerti, partendo da un soggetto di Rocco Oppedisano (da molto tempo giornalista nel paese sudamericano), racconta una storia da noi non molto conosciuta in verità a causa del silenzio degli organi di informazione, che per anni hanno taciuto sui tragici fatti che si verificarono in Argentina nel periodo a ridosso dei mondiali di calcio del 1978. L’Italia del resto aveva le sue belle gatte da pelare: in quell’anno infatti veniva rapito e ucciso dalle Brigate Rosse il presidente Aldo Moro, calamitizzando tutta l’attenzione dell’opinione pubblica, e vuoi anche per i riflettori accesi sul grandioso evento sportivo oltre che per la volontà di preservare gli accordi economici con l’Argentina, il dramma dei desaparecidos non poteva avere altra sorte che quella di cadere nell’ombra. Ma anche l’amministrazione di Buenos Aires deve fare ancora i conti con il suo passato. Le speranze di avere sconfitto per sempre i fantasmi del vecchio regime si sono rapidamente infrante con l’emergere di nuove agghiaccianti rivelazioni sulla dittatura, che in poco più di cinque anni fu responsabile della drammatica “sparizione” di trenta mila oppositori politici. Già nell’ottobre del 1994 due ufficiali della marina militare confessarono di aver eseguito l’ordine di sequestrare e torturare dei civili e in seguito, grazie a una recente sentenza italiana che ha condannato all’ergastolo cinque partecipanti alle stragi, è venuta a galla questa storia dal forte sapore rivoluzionario, vissuta attraverso gli occhi di un giornalista sportivo italiano, mandato in Argentina solo per assistere alle partite dei mondiali di calcio. Per Maurizio Gallo, questo il nome del protagonista interpretato intensamente da Alessio Boni (soprattutto nella seconda parte), il viaggio di lavoro è anche l’occasione per aiutare un amico dall’oscuro passato brigatista, che gli ha chiesto di consegnare una busta contenente del denaro alla sua ex moglie Ana. L’incontro con questa donna misteriosa e sensuale, membro clandestino di un gruppo di guerriglieri che si oppone alla dittatura, colpisce a tal punto il giornalista italiano da indurlo a lasciare la sua precedente attività – che affida al collega e amico Ugo, impersonificato da un Giuseppe Battiston un po’ in ombra – per dedicarsi anima e corpo alla causa delle squadre della morte. Maurizio si troverà così coinvolto nelle attività terroristiche della donna e finirà per essere imprigionato separatamente a lei dalla giunta militare argentina.
L’orrore consumatosi nelle sudicie prigioni e caserme sudamericane, in cui i dissidenti (tra cui anche molti oriundi italiani) venivano torturati e fatti fuori dalle stesse autorità di governo, viene mostrato con estrema lucidità e senso realistico da Stefano Incerti, che non ci risparmia la descrizione degli ambienti in cui i protagonisti vivevano il loro personale dramma. Si è portati quasi a respirare quell’aria malsana che invade non solo le carceri ma anche gli interni delle abitazioni, persino una chiesa, dove gli ignari cittadini aspettano in silenzio il ritorno a casa dei loro cari, che ovviamente non potrà mai avvenire. Forse il punto su cui insiste di più il regista partenopeo è proprio questo, su come cioè gli abitanti di quei luoghi, insieme agli emigrati di origine italiana, grazie alle ricchezze accumulate negli anni e ai favori ricevuti dall’alto, siano stati i primi a non schierarsi apertamente contro il regime, contribuendo con il loro atteggiamento accondiscendente al suo definitivo consolidamento. Questo concorso di colpa li ha resi in qualche modo complici delle ingiustizie perpetrate e nel momento in cui si arriva alla resa dei conti finale, quando una famiglia emigrata viene coinvolta direttamente con la cattura del giovane figlio, sembra ormai troppo tardi per avere il giusto spirito reattivo e ribellarsi contro i soprusi subiti. Soltanto il padre, che si scaglia con coraggio contro gli alti funzionari di governo (compreso l’omertoso genero), non vuole rassegnarsi alla perdita di quel figlio idealista e pieno di speranze: Carlos, infatti, rappresentava lo slancio dei giovani che cercano di fare qualcosa e che continuano a credere in un futuro migliore. Era uno studente di letteratura, appassionato di fotografia, che immortalava gli atti crudeli di un governo che anziché proteggere il popolo si preoccupava di martorizzarlo. Come lui molti altri ragazzi furono rinchiusi nella tristemente famosa Scuola navale di Buenos Aires e il tutto avvenne senza che nessuna autorità muovesse un dito, neppure il nostro paese che si disinteressò completamente dei suoi emigrati e delle condizioni in cui vivevano.
Le tensioni e il clima di quell’anno, che ricordiamolo coincise con la vittoria dei mondiali di calcio da parte del paese ospitante, sono portati sullo schermo cercando di capire la mentalità con cui un popolo tanto vivace abbia potuto rapportarsi a una guerra civile che ha rischiato di distruggerlo, e in alcune scene questo contrasto emerge in tutta la sua evidenza: inizialmente all’arrivo in aeroporto dei due giornalisti, in cui capiamo subito che l’Argentina è solo in apparenza il paese del tango e del calcio, e poi verso la fine, nella manifestazione di gioia per il trionfo della nazionale di Maradona unita alle lacrime degli scampati alla detenzione.
Anche se il film non vuole presentarsi come un atto politico, in quanto fa propri elementi tipici del romance-thriller (con al centro la storia d’amore impossibile tra Ana e il giornalista Maurizio), Incerti finisce per sposare la tradizione del cinema italiano d’impegno e lo dimostra in più occasioni. In special modo nella struggente sequenza finale, in cui il protagonista tornato in Argentina a distanza di trent’anni da quel drammatico accaduto incontra la figlia avuta da Ana, che mentre lo aspetta contempla il “muro del pianto” dove è incisa la lista interminabile delle migliaia di persone scomparse, tra cui anche il nome della madre. Tutto si conclude con un abbraccio commovente tra i due in cui non servono tante parole, perché il messaggio lanciato è chiaro ed esemplifica la necessità di impedire che quei nomi vengano dimenticati per evitare che in futuro si verifichino ancora cose simili.
Giustizia è stata fatta insomma e anche se non ci troviamo di fronte a un film che brilla per originalità stilistica, Complici del silenzio rimane un prodotto di buon livello che cerca di far luce su una delle pagine più buie della storia contemporanea, con l’amara consapevolezza che tanta confusione e tanta atrocità possa ripetersi in qualsiasi governo di qualsiasi paese del mondo.
(Complici del silenzio); Regia: Stefano Incerti; soggetto: Rocco Oppedisano; sceneggiatura: Rocco Oppedisano, Stefano Incerti; fotografia: Pasquale Mari; montaggio: Cecilia Zanuso; musica: Pivio & Aldo De Scalzi; interpreti: Alessio Boni (Maurizio Gallo Jr.), Giuseppe Battiston (Ugo), Jorge Marrale (Maurizio Gallo Senior), Juan Leyrado (Pablo Pere), Florencia Raggi (Ana Ramirez); produzione: Surf Film (Italy), Malkina Producciones (Argentina), Duque Film (Spain); distribuzione: Mediaplex Italia; origine: Italia, 2008; durata: 103’.
