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Conferenza stampa di Death of a president, Roma, 05/03/2007

Pubblicato il 17 marzo 2007 da Matteo Botrugno


Conferenza stampa di Death of a president, Roma, 05/03/2007

Gabriel Range, regista dalle idee chiare e dalla tecnica raffinata, pur non convincendo totalmente con il suo ultimo lavoro, Death of a President - Morte di un presidente, appare come un ragazzo simpatico, disponibile e, soprattutto, come un autore che persegue il suo percorso critico e artistico con coerenza e non senza brillanti intuizioni e considerazioni sulla politica statunitense.
Segue il resoconto della conferenza stampa tenutasi a Roma nel cinema Quattro Fontane il 5 marzo 2007.

Bush è un presidente scomodo e spesso non gode di grandi simpatie. Questo le ha reso il compito più facile?

Il mio non è un film d’odio verso Bush. Il mio intento era quello di immaginare come l’amministrazione Bush avrebbe reagito dopo un evento terribile, come l’assassinio del presidente, dopo un altro evento terribile come quello accaduto l’11 settembre. Se Bush fosse stato un presidente popolare probabilmente non ci sarebbe stato neanche il film…

Bush ha visto il film?

Non so se Bush l’abbia visto. Posso solo dire però che se qualcuno facesse un film sulla mia morte io lo vorrei vedere subito!

In quante copie è stato distribuito il film?

Negli Stati Uniti è uscito in novanta copie a fine ottobre, ed è andato piuttosto bene a New York e a Los Angeles, un po’ meno in altre città.

Perché ricorrere alla “fantascienza” per trattare l’argomento della discriminazione e di fatti che succedono regolarmente in posti come Guantanamo?

La storia è stata ispirata dalla vita vera. L’assassinio e la relativa indagine sono solo il pretesto per raccontare ciò che realmente succede negli States. Avrei potuto realizzare un documentario sui musulmani americani, ma ciò avrebbe portato meno gente a vedere il film e a far capire il clima di terrore che si respira in questo periodo. All’uso cinico delle informazioni, da parte di Bush e della sua amministrazioni, rispondo con il mio film.

Come potrebbe essere il Patriot Act III?

Non è mia intenzione affermare che se Bush dovesse essere ucciso ci sarebbe realmente un nuovo Patriot Act. Nessuno avrebbe immaginato però che il primo Patriot Act da provvedimento temporaneo sarebbe divenuto legge. La mia è una critica nei confronti di una legge che viene accettata passivamente e che lede i diritti dei cittadini.

L’informazione può essere manipolata a tal punto secondo la sua opinione? Non è tutto vero ciò che vediamo?

Grazie a questo film ho capito davvero quanto sia possibile montare le immagini repertorio in modo tale da dare l’informazione che si desidera. Noi siamo soliti prendere per vero quello che ci viene detto, anche se sappiamo benissimo che l’informazione è stata filtrata dal giornalista. Sono stato accusato, in un’intervista su Fox News, di essere un irresponsabile per aver manipolato la realtà. Avrei voluto rispondere che loro lo fanno tutti i giorni…

Come ha costruito il film?

La ricerca delle immagini di repertorio mi ha aiutato a scrivere il film. Scrivevo sulla base di ciò che trovavo. I funerali sono in realtà quelli di Raegan e la conferenza di Bush è in realtà ad Atlanta e non a Chicago. La storia è assolutamente inventata ma realizzata seguendo lo stile del documentario. E’ interessante per un regista questo tipo di sperimentazione: molte scene sono state girate con telecamere di servizio, con cellulari e con telecamere digitali, per rendere più realistico lo pseudo-reportage televisivo.

Che aria si respira ora negli USA a proposito di Iran e Corea del Nord?

Nel film abbiamo immaginato forme di protesta verosimili nell’ottobre 2007. Il giorno in cui il mio film è uscito nel Regno Unito, la Corea del Nord annunciava i test nucleari. Ma al momento non so dire che livello di paura ci sia negli States a proposito di questi argomenti.

Quanto è costato il film?

Circa due milioni di sterline. I filmati di repertorio non hanno gravato più di tanto sulla spesa, calcolando che in tutto saranno dieci minuti!

Nuovi progetti?

Avevo giurato a me stesso che il mio primo mockumentary sarebbe stato anche l’ultimo e invece ne ho girati altri tre. Il mio prossimo documentario parlerà del primo uomo ad avere un bambino.

Come è stato visto il film dal pubblico americano?

Mentre giravo Death of a President sapevo già che negli USA avrei avuto un pubblico difficile, al di là del pensiero politico. Negli Stati Uniti quella del Presidente è una figura importante ed un omicidio di un presidente in carica è un evento shock per un americano. Questo film non sarebbe mai potuto essere realizzato da americani!

Si aspettava critiche dure anche da democratici come Hillary Clinton?

Le critiche mi sono arrivate quando il film non era ancora uscito. Hillary Clinton ha addirittura detto che era disgustoso. Prima di vedere il film molti pensavano che avessi voluto fare un’apologia della violenza.

Come è avvenuta la scelta degli attori? E’ stata difficile?

Nessun attore ha rifiutato la parte o le tematiche del progetto. Non ho scelto attori famosi perché i personaggi dovevano sembrare davvero presi dalla vita reale. Il tipo di recitazione scelto è stato frustrante per gli attori, poiché sono stati costretti a recitare una parte sì, ma allo stesso tempo con la naturalezza di una vera intervista.

Il suo film può dare una soddisfazione virtuale a chi davvero vorrebbe la sua morte?

Non ho nulla contro la persona di Bush, ma se non avessi critiche contro le scelte della sua amministrazione non avrei girato il film… Chi andrà al cinema solo per l’omicidio rimarrà deluso. E poi nessuno si augurerebbe la morte di Bush, dato che il sostituto sarebbe Cheney!! (ride, n.d.r.)

Come è stato accolto il suo film in Europa?

A Toronto e negli States il pubblico è stato molto serio e ha seguito con molta attenzione il film dall’inizio alla fine. In Irlanda e in Gran Bretagna è stata colta maggiormente l’ironia insita nel mio lavoro. Alcuni articoli falsi hanno scritto che gli arabi hanno esultato alla morte di Bush. Ho assistito a delle proiezioni con un pubblico di arabi e posso affermare che non è assolutamente vero.

Questo è stato l’anno del docu-fiction. Come si spiega questo successo?

Ha ragione. Ma il mio film non è docu-fiction, non è docu-drama, ma un thriller di fiction a tutti gli effetti, una storia, con l’unica differenza che è stata raccontata con lo stile di un documentario.

recensione del film


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