Conferenza stampa di Il mio migliore amico

In occasione dell’uscita del suo nuovo film, Il mio migliore amico, presentato in anteprima in Italia, durante l’affollata conferenza stampa al cinema Quattro Fontane di Roma, Patrice Leconte racconta l’esperienza delle riprese e i progetti futuri...con una rivelazione inattesa...
Il mio migliore amico affronta il tema dell’amicizia che ben presto si scontra con quello del denaro: crede siano così inconciliabili?
Oggi tutto si compra e trovo che vivere in una società in cui tutto ha un prezzo sia pericoloso. L’amicizia sembra l’unico valore in grado di sottrarsi a questa logica ma a condizione che sia disinteressata. E’ vero che oggi è più difficile avere delle belle amicizie, vere e basate su una fiducia reciproca: principalmente perché non si ha il tempo per coltivare questi rapporti, tutto è così frenetico che diventa difficile trovare dei momenti da dedicare agli altri.
Non è il suo primo film sull’amicizia. Come mai questo tema è così importante nel suo cinema?
Non è il mio primo film che racconta un’amicizia ma è il primo in cui l’amicizia è in maniera totalmente esplicita il soggetto del film. Se scorrendo la mia filmografia si ritrovano spesso dei “buddy movies” è perché mi piace lavorare sulle coppie.
Mi sono reso conto che tra l’altro in ogni film con una coppia di protagonisti scelgo sempre un attore che conosco, con cui ho già lavorato, e uno nuovo: come se per affrontare esperienze diverse avessi bisogno del sostegno di persone con caratteristiche a me note.
E’ così per L’uomo del treno in cui conoscevo Jean Rochefort ma non Johnny Hallyday o Confidenze troppo intime, in cui ritrovavo Sandrine Bonnaire e “acquisivo” Fabrice Luchini. E, ancora una volta, questo accade ne Il mio migliore amico dove lavoro con il “vecchio” Auteil e il “nuovo” Dany Boon.
L’incontro tra estranei, del resto, è parte integrante del mio cinema dove narro spesso di conoscenze occasionali tra persone molto diverse per avere modo di osservare il comportamento umano.
Non potrei mai raccontare di un rapporto che si consuma e sfilaccia perché avrei bisogno di nutrirmi di ciò che è accaduto prima dell’inizio del film.
Ha menzionato Daniel Auteil. Il vostro sodalizio artistico è anche un’amicizia?
Le amicizie del mondo del cinema sono sempre particolari, non hanno lo stesso corso di quelle normali. Non c’è contatto quotidiano, si passano lunghi periodi distanti ma poi, quando si gira un film, si sta insieme giorno e notte, per due o tre mesi.
La frequenza è diversa ma quando il rapporto è autentico basta poco per riprendere confidenza: con Daniel, anche se non ci vediamo per mesi, ho sempre l’impressione di averlo salutato la sera prima. D’altra parte è quello che si dice delle persone a cui si vuol bene ma che si perdono di vista!
Il suo protagonista, François, mostra un’incapacità nelle relazioni umane. A un certo punto dice “C’è chi non è abile negli sport, io non sono bravo nelle amicizie”. La difficoltà nella comunicazione viene risolta nel sottofinale da un programma tv: è una critica alla strumentalizzazione dei sentimenti e delle emozioni che i media operano in maniera sempre più spiccata?
La televisione ha cambiato i rapporti umani, è un segno dei tempi, anche se personalmente lo trovo rischioso, sarebbe sempre meglio avere un rapporto diretto.
Quella del programma tv per me era in un certo senso una sfida: cercare di fare del buon cinema tramite la televisione.
Il personaggio di Bruno è un appassionato di quiz, quindi la sua partecipazione a un programma tv era prevista in sceneggiatura. Quando abbiamo scoperto che in “Chi vuol essere milionario?” uno degli aiuti per il concorrente è la telefonata a un amico, ci è sembrata una fortunata coincidenza.
Il film è molto influenzato dalla società contemporanea, per cui non avrebbe avuto senso immaginare un gioco finto. C’era bisogno che fosse in presa diretta con la vita, che la gente avesse i suoi punti di riferimento.
L’altro protagonista invece, Bruno, è un puro di cuore interpretato da Dany Boon. Come ha scelto l’attore e , inoltre, il suo mestiere nel film, il tassista, riveste un significato particolare?
Avevo in mente Dany Boon da parecchio.
Avevo assistito ai suoi spettacoli e desideravo da tempo lavorare con lui, anche Daniel mi ha spinto a contattarlo dopo averlo trovato strepitoso ne La Doublure.
Dany ha una luminosità che mi sembrava molto adatta al personaggio. In lui c’è un approccio semplice, ma non semplicistico, alle cose, un modo di rapportarsi alle persone molto aperto che era proprio del personaggio di Bruno.
Quanto alla sua professione, ci occorreva un mestiere che permettesse ai due di incontrarsi senza forzature. E per una persona impegnata e di successo come François mi sembrava naturale che dovesse spostarsi spesso in taxi.
Il film è molto maschile. Ma un ruolo importante è rivestito da Catherine, interpretata da Julie Gayet, che con molta schiettezza rivela a François la sua natura egoista, pur rimanendogli accanto. Come mai non ha scelto di mostrare un’amicizia uomo-donna?
Uno dei momenti più belli del film è per me quello in cui Catherine confessa a François di aver sofferto per la sua indifferenza e del proprio desiderio, covato per molto tempo, di poter essere lei il suo migliore amico. Ma l’amicizia tra uomo e donna richiede un grandissimo equilibrio perché inevitabilmente più ambigua. Ho pensato anche a questa eventualità ma alla fine vi ho rinunciato perché avrebbe cambiato certamente la natura del film
Per questo l’aspirante miglior amica è omosessuale?
In un certo senso sì, anche se nemmeno questo elimina completamente il sentimento che è qualcosa di indipendente dalla sessualità.
Una volta fatta questa scelta però ci premeva di evitare un’immagine stereotipata dell’omosessualità femminile e in questo la scelta di Julie si è rivelata efficace perché lei è una donna molto raffinata, di una bellezza elegante, di certo molto lontana da qualunque caricatura.
Lei ha dimostrato una versatilità impressionante specie negli ultimi lavori. Nel 2004 ha girato in Cambogia Dogora, che però è semisconosciuto. Quali sono invece i suoi progetti futuri?
Sì, è un film a cui tengo molto e di cui vado fiero. E’ senza attori nè sceneggiatura, nemmeno dei dialoghi. Un film “impressionista”, emotivo, che sfortunatamente è stato distribuito poco e male.
Cerco ancora una distribuzione perché è un progetto a cui tengo molto.
Per il futuro in verità ho in mente di ritirarmi. Ma non nell’immediato, ho dei progetti da portare a termine prima. Tre film, su cui già sto lavorando ma al termine dei quali lascerò la regia.
Il prossimo film sarà un “racconto di natale” molto bizzarro, su sceneggiatura di Didier Troucher; poi ho in mente un nuovo adattamento di Monsieur Hire per gli Stati Uniti, scritto da Paul Auster; il terzo invece (ma non so bene in quale ordine usciranno poi in sala) è su soggetto di Serge Friedman, lo sceneggiatore de La ragazza sul ponte, che confesso di voler girare per poter lavorare un’ultima volta con Vanessa Paradis.
Dopo di che smetterò di fare film, anche se non intendo abbandonare il mondo del cinema.
Voglio dedicarmi ad attività che ora non ho il tempo di seguire come la regia teatrale o lo scrivere per altri cineasti.
La regia è un mestiere formidabile, che amo molto, ma prima di diventare un vecchio autore senza entusiasmo preferisco smettere.
La scelta più saggia sarebbe rallentare, girare un film ogni tre, quattro anni; ma non sono il tipo che rallenta, non ci riuscirei.
