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Cous Cous (Conferenza stampa)

Pubblicato il 8 gennaio 2008 da Marco Di Cesare


Cous Cous (Conferenza stampa)

Roma. L’11 gennaio giungerà nelle nostre sale Cous Cous, bellissimo film francese che ha vinto il Premio speciale della Giuria a Venezia 64, distribuito dalla Lucky Red in trenta copie. Alla conferenza stampa presso ’La Casa del Cinema’ sono presenti il regista Abdellatif Kechiche e la giovanissima protagonista Hafsia Herzi, che durante la rassegna sul Lido si è aggiudicata il Premio Marcello Mastroianni, quale attrice rivelazione.

In Italia, a proposito del suo film, parleremmo di Neorealismo. Ci dica quali sono i suoi modelli di cineasti, se ne ha, e dell’origine del progetto.

È sempre difficile parlare dell’origine di un determinato progetto: questo, poi, risale a una decina di anni fa. In Cous Cous vi sono un grande desiderio di cinema e molte influenze. Volevo rappresentare dal punto di vista sociale un ambiente che è quello da cui provengo: quello degli emigranti che, come mio padre, sono arrivati in Francia negli anni ’60, persone che io rispetto per il loro spirito da ’avventurieri’, termine, questo, che è da intendersi nel suo senso positivo.

Da dove proviene il suo rapporto col cibo? In particolare sono stato affascinato dal modo con cui ha girato la scena del pranzo di famiglia.

Dietro la scena del pasto c’è la volontà di riprendere la vita comune di una famiglia e della comunità cui appartiene: è una scena contemplativa, anche se drammatizzata, perché la vita emerge così come è. È un miracolo vedere al cinema gente che mangia e ride. Sappiamo bene come il cinema sia il regno dell’artificio (luce, microfoni, recitazione) e da esso non è facile estrarre l’esatto contrario, ma io ho chiesto agli attori di mangiare sul serio, di vivere, non di rappresentare.

Ci dia un giudizio sul cous cous.

Nella mia rappresentazione del cous cous c’é la rappresentazione di un’identità, quella della famiglia francese di origine maghrebina. Ma io non lo ho inteso solo come un piatto, ovviamente, ma, piuttosto, come un qualcosa che unisce e non divide. E il cous cous è come la pizza per l’Italia.

Sono rimasto affascinato dalla scena del padre perso nell’alienazione di non riuscire a raggiungere quello che vorrebbe: come è giunto fino ad essa?

Volevo lanciare una sorta di allarme: la società ha rifiutato a quell’uomo il giusto posto nel mondo. Non volevo, però, rappresentare un uomo-contro; ma ero contrario al messaggio che basta lavorare per raggiungere ciò che si vuole: occorre sempre l’aiuto degli altri. E non volevo mostrare l’idea americana (senza alcuna polemica, però) dell’uomo che vince grazie alle sue forze.

Nel film vi sono due personaggi straordinari, quelli del padre e della ragazza, con intorno una costellazione di donne. La magrezza dell’uomo è una purezza anche visiva, mentre le donne sono fisicamente molto diverse da quelle che vediamo solitamente nel cinema, anche europeo; pure la protagonista è diversa da come la vediamo oggi. Si è trattato di una scelta naturalistica, di portare sullo schermo le donne che vede tutti i giorni, che magari non sono belle in modo classico? Vorrei rivolgere la medesima domanda anche all’attrice.

A.K.: Ovviamente tutti hanno una loro propria idea del Bello: nessun riferimento è solo a livello puramente estetico. Per questo motivo ho cercato di rappresentare le donne non nella solita maniera caricaturale, ma ho preferito sottolineare la forza che ho visto nelle donne della mia famiglia. E ho cercato di eliminare i falsi pregiudizi a riguardo della supremazia maschile sulla donna nel mondo arabo; da ciò ne consegue anche una diversa visione della figura del padre.
H.H.: Si è trattato di un’esperienza che ho vissuto positivamente, ero talmente contenta che ho subito potuto ingrassare; si trattava di un film, non della vita vera. Finite le riprese, sono dimagrita quanto serviva.

I dialoghi sembrano quasi essere ripresi in tempo reale: ha lasciato spazio per l’improvvisazione? Oppure tutto è stato scritto prima? E l’attrice cosa ha messo di suo nel personaggio?

A.K.: Parlerei più di libertà che è stata lasciata agli attori. Io, prima di un film, passo moltissimo tempo con gli interpreti, per dare loro la possibilità di appropriarsi del testo e anche di rivedere quelle scene che non sentono come proprie. Durante le prove si lavora con gli attori come in una grande famiglia: ciò impedisce le inibizioni e fa in modo che un’energia vitale vibri e circoli tra di loro.
Non seguo mai un metodo preciso e definito con gli attori, non mantengo mai lo stesso approccio con ognuno di loro. Bruno Lochet (in Cous Cous interpreta il personaggi di Mario), ad esempio, ha bisogno di molte indicazioni da parte del regista, e ha voluto trascorrere molto tempo coi pescatori; Hafsia, invece, ha sentito la necessità di disporre di una grande libertà per potersi appropriare del ruolo.
H.H.: Per me è molto difficile dire cosa ci sia di mio nel personaggio, anche se, secondo alcuni miei amici, in lei vi è molto di me. Quando recito, comunque, cerco di dimenticarmi di me stessa, per entrare completamente nel personaggio.
A.K.: È un po’ quella che si può definire come la tecnica dell’Attore istintivo, un po’ all’italiana (è il caso di attrici come Anna Magnani, che si gettano nella vita). Hafsia vive, non recita. Per attori di questo tipo, è difficile dire come siano giunti a certi risultati; un’attrice cerebrale potrebbe parlarne con una maggiore facilità.

Al centro del film vi è un gruppo di donne e la loro sensualità (un discorso non solo sull’erotismo, ma anche sui sensi, come il gusto e l’olfatto); in questi giorni è presente nelle sale anche Caramel che affronta tematiche simili. Secondo voi tale argomento può rappresentare un segnale di cambiamento per il mondo arabo?

A.K.: Nel caso delle donne di questo film, non mi sono posto il problema di rappresentarle nella loro ’arabità’: io sono francese e anche loro, noi non rinneghiamo la nostra identità araba (il cous cous, la danza del ventre). E poi è certo che da tempo esiste una sensualità araba: basti pensare a Le Mille e una notte. Io semmai preferirei parlare di mediterraneità, perché mi interessava trattare della sensualità mediterranea.
Ancora non ho visto Caramel: lo farò, perché me ne hanno parlato bene.

Sono stato molto colpito dallo stoicismo del protagonista: come è nato questo personaggio? È tutto frutto della sua fantasia? E in cosa è consistito il lavoro dell’attore?

Il personaggio si ispira molto a mio padre, chiaramente. Nella prima versione della sceneggiatura doveva esserne lui l’interprete. Ma poi il film non è più stato realizzato e mio padre è morto. In seguito ho scelto Mustapha (Mustapha Adouani, già visto nell’esordio datato 2000 di Kechiche, Tutta colpa di Voltaire, ndr), ma anche lui si è ammalato e poi è morto. Quindi ho ricominciato da capo e ho visionato molti attori, ma nessuno di loro poteva far uscire la vita. In seguito ho pensato a questo collega di mio padre (un po’ più giovane di lui) a Nizza (città della quale sono originario).

Quanto ha influito la sua esperienza di attore? Vorrebbe un giorno dirigersi da solo? E per l’attrice: so che ha una famiglia molto numerosa, come è stata accolta questa sua performance, le ha cambiato la vita?

A.K.: Fondamentale nella mia scelta del mestiere di regista è stata la mia esperienza di attore, soprattutto a teatro; ogni tanto recito ancora, ma più che altro per hobby. Ritengo che quella dell’attore sia un’arte a tutto tondo, nonostante in molti oggi la denigrino. Ho un rapporto epidermico con gli attori.
H.H.: ovviamente questo è stato un ruolo che mi ha cambiato la vita, anche perché ora mi dedico anima e corpo a quello che da sempre è stato il sogno della mia vita. E la mia famiglia mi ha appoggiata in pieno fin dall’inizio.

Ci parli dei suoi progetti.

A.K.: Sono molti i progetti che bollono in pentola, ma tutto dipende dai finanziamenti, i quali sono sempre legati agli incassi dei film precedenti. Vorrei allargare i miei orizzonti e raccontare una storia ambientata nel XVIII secolo: ma tutto risulterebbe alquanto costoso.

La vediamo molto tranquillo, anche perché il film sta andando bene: ha quindi dimenticato l’arrabbiatura di Venezia?

Sì, forse oggi vi appaio più disteso, ma sono ancora nervoso per l’attesa degli incassi. Comunque voglio mantenere un approccio ludico. Però non ho ancora dimenticato la delusione di Venezia: la Mostra rappresenta qualcosa di sacro, mi sento figlio di Venezia per come è stato accolto Tutta colpa di Voltaire (che vinse il premio quale migliore opera prima, ndr); inoltre pensavo che Cous Cous fosse adatto alla Mostra, con tutti quei richiami al cinema italiano.

leggi la recensione del film


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