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L’altra Heimat - Cronaca di un sogno

Pubblicato il 1 aprile 2015 da Giovanna Branca
VOTO:


L'altra Heimat - Cronaca di un sogno

Dagli anni venti del Novecento all’alba del nuovo millennio, passando per i ruggenti anni Sessanta, poi di nuovo indietro fino alla seconda metà dell’Ottocento. Non solo Heimat di Edgar Reitz è la più lunga saga familiare che si sia vista al cinema, ma è soprattutto il tentativo più articolato mai compiuto di ricostruire sul grande schermo la storia di un paese – la Germania – vista attraverso il suo “interagire” con le vicende di una famiglia: i Simon dell’immaginaria Schabbach.
Con L’altra Heimat - Cronaca di un sogno) Edgar Reitz riporta sullo schermo i suoi personaggi, questa volta focalizzando la ricerca sui loro antenati, sul passato anziché sulla progressione cronologica. Il perché Reitz decida di volgersi all’Ottocento piuttosto che continuare ad indagare la Germania contemporanea è questione su cui sarebbe interessante interrogarsi. Ma forse la risposta è già sotto gli occhi di tutti: forse osservare da vicino quegli anni è la lente più interessante per capire il presente.
Protagonista di questo film – pur corale come tutti gli altri “capitoli” - è Jakob Simon, figlio irrequieto di un fabbro in un’epoca (gli anni Quaranta dell’Ottocento) segnata da un clima inclemente e terribili carestie, oltre che dall’irrequietezza politica che seguì la Restaurazione. Nel paesino di Schabbach ed in tutta la contea di Hunsrück c’è un’emorragia di migrazioni verso il Sudamerica, luogo immaginario dell’abbondanza, dell’estate perenne, dove “le rose fioriscono anche a Natale”. Ma mentre per tutti il Sudamerica è il miraggio di una vita finalmente libera dalla miseria, per Jakob – lettore accanito e studioso vorace di tutti i resoconti che vengono da quel paese, nonché delle lingue indigene – si tratta di molto di più: una patria del cuore e della mente, lontana dalle proprie radici materiali e luogo attorno cui si condensano tutti i sogni, le aspirazioni ed i desideri di un adolescente.
Ed ecco ripresentarsi il cuore dell’intera opera di Reitz: la definizione del concetto di patria come specchio per interrogarsi sulla Storia e le storie degli uomini che la vivono e la fanno, sull’identità e la natura stessa del loro/nostro essere umani. Ad esempio Heimat 2 (titolato non a caso Die Zweite Heimat: la seconda patria) raccontava di una generazione figlia dei crimini del nazismo, che trovava la propria identità, e dunque la propria patria, altrove rispetto a dove era nata : nel fermento culturale della Monaco degli anni Sessanta, nel gesto stesso di recidere il cordone ombelicale con dei “padri” segnati dalla colpa (ma non a caso Hermann Simon, il protagonista, in Heimat 3 tornava a Schabbach). Questo Heimat (nel titolo inglese Home from Home, ovvero casa via da casa) racconta invece della necessità di vivere un altrove come propria patria nonostante si resti ancorati a quella che ci è stata data in sorte. Jakob sogna la traversata dal principio del film, conosce lo spagnolo e tutte le lingue degli Indios, sa disegnare a memoria una mappa di quei luoghi. Ma sarà proprio lui l’unico a non partire, dopo un percorso di formazione che lo porta a mettere – proprio lui, la pecora nera della famiglia – l’amore filiale in cima alle sue priorità. Il cammeo finale di Werner Herzog nei panni dell’esploratore Alexander von Humboldt, oltre che un omaggio al regista che più di tutti ha fatto della “scoperta” di mondi inesplorati la sua cifra stilistica, è un cenno al futuro dell’umile famiglia Simon, che proprio nella cultura troverà il suo riscatto. Non basterebbero libri interi a sviscerare tutte le tematiche che Reitz affronta nei suoi film, veri affreschi corali di uno mondo e contemporaneamente dell’interrogarsi su di esso. Dal problema dell’ universalità delle lingue umane ai grandi eventi della Storia visti attraverso delle piccole storie individuali, tramite un linguaggio filmico grandioso (questa volta virato su un bellissimo bianco e nero scandito da delle significative apparizioni di oggetti colorati) che a sua volta parla, comunica, deve essere decifrato insieme alle vicende dei suoi personaggi. Ciò che è certo è che in pochi hanno avuto il coraggio e l’amore viscerale per la materia trattata che ha dimostrato Reitz realizzando questa lunghissima saga, deliberatamente ostica nei confronti di una fruizione convenzionale ma che occupa comunque un posto tra le pietre miliari delle storie del cinema ed è una delle poche che si possano ancora definire, nel 2015, epiche.


CAST & CREDITS

(Die andere Heimat – Chronik einer Sehnsucht ) Regia: Edgar Reitz; sceneggiatura: Edgar Reitz, Gert Heidenreich; fotografia: Gernot Roll; montaggio: Uwe Klimmeck; musica: Michael Riessler; interpreti: Jan Dieter Schneider (Jakob Simon), Antonia Bill (Jettchen), Maximilian Scheidt (Gustav Simon), Marita Breuer (Margarethe Simon); produzione: Edgar Reitz Film, Les Films du Losange; origine: Germania; durata: 230’.


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