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Encounters at the End of the World (Conferenza stampa)

Pubblicato il 18 gennaio 2008 da Marco Di Cesare


Encounters at the End of the World (Conferenza stampa)

Torino. Subito dopo la proiezione per la stampa del suo ultimo documentario (del quale ancora non si conosce l’eventuale uscita italiana), il maestro Herzog si presta alla seconda conferenza della giornata, poche ore dopo la precedente. Eppure sempre riesce a rispondere amabilmente alle domande inerenti la sua ultima esperienza.

Come sarebbe Antartide come viaggiatore?

Credo che i viaggiatori debbano tenersi lontani dall’Antartide. La gente che vi abita vi lavora a scopi scientifici, per cui è un bene che vengano lasciati in pace. È risaputo che vi si trovino diversi tesori, diversi minerali e altri materiali, però, in base al ’Trattato Antartico’ non è possibile la loro estrazione.

C’è sempre questa idea romantica dell’Antartico che lei riesce ad analizzare scientificamente; ma quando è tornato come è stato l’impatto con la realtà, dopo che ha vissuto in questo che, praticamente, è separato da tutto il resto?

Io credo che il film non consenta di vedere alcun romanticismo nell’Antartico; probabilmente il romanticismo esisteva all’epoca delle esplorazioni di Amundsen ed era sbagliato fin da allora. Ma quando sei in Antartide cambia la prospettiva sul resto del mondo. Diventa evidente che la vita umana non sarà sostenibile a lungo.

A un certo punto lei dice che il Polo Sud è stato conquistato e che l’Everest è stato conquistato: in qualche modo si è tolto loro una sacralità. L’uomo doveva o non doveva arrivare in questi luoghi ’sacri’?

Io non credo che ci sia nulla di sacro né al Polo Sud né sull’Everest, perché sono dei luoghi estremamente banali; credo, però, che con la scoperta di questi luoghi sia finita l’avventura, l’avventura concepita dai cavalieri che, ai tempi del Medioevo, partivano verso l’ignoto, alla scoperta del mondo. Quello che dico io, nel momento della narrazione del film, è che mi dispiace per questi luoghi, perché ritengo che ciò non abbia portato ad alcun miglioramento. E quindi, forse, sarebbe meglio lasciare una certa dignità ai luoghi.
Il film sembra privo di umorismo, ma, in realtà, ha un certo senso dell’umorismo.

Di tutti i personaggi particolari che vengono incontrati, quale le è rimasto più impresso e perché?

Devo dire che mi piacciono molto ed è difficile stilare un elenco di preferenze: ma quello che, forse, è più vicino al mio cuore è l’idraulico, l’uomo che ha l’indice più corto rispetto alle altre dita. E non mi sono mai potuto avvicinare di più a queste persone: il tempo della frequentazione è stato realmente quello che vedete nel film. Per esempio, l’idraulico lo ho forse visto per altri venti minuti rispetto al tempo in cui lo ho filmato. L’uomo che parla di questo gigantesco iceberg che è più grande del paese che ha costruito il Titanic, lo ho visto il tempo che lo ho filmato e sessanta secondi dopo è stato chiamato ed è dovuto andare su una pista di decollo, dove è salito su un aereo per la Nuova Zelanda: e, in seguito, non lo ho più visto.

A riguardo del romanticismo, in questo film come in The Wild Blue Yonder, mi affascina e, insieme, mi disturba questa necessità di romanticizzare il filmato con questa musica, che trovo bellissima, e che, allo stesso tempo, mi sembra una strana dimensione esterna, come se avessimo tutti delle cuffie, le ’sue’ cuffie, che a volte coincidono con le nostre. Vi è una risacralizzazione attraverso la musica, cosa che non avviene attraverso le immagini. E ironicissimo è quel richiamo a Them. E avrei una domanda sulla base di McMurdo: se per caso tra i pochi film che ha visto – fortunatamente non è un cinefilo – c’è lo stupefacente The Thing di John Carpenter.

No, non ho mai visto il film di Carpenter.
Per quanto riguarda la mia permanenza nella stazione di McMurdo, in realtà, non è stata una mia scelta quella di star lì, è stata più un’imposizione da parte della ’National Science Foundation’ che mi ha collocato lì, dicendomi che era la base logistica più attrezzata e non mi hanno consentito una scelta diversa, neanche in termini dei luoghi nei quali ho potuto recarmi in seguito. È una società in appalto al Pentagono e quindi bisogna cercare di essere molto furbi per riuscire a regolarsi con il loro tentativo di regolarti.

Vorrei sapere quanto rimangono, in media, gli scienziati a studiare in Antartide.

Non c’è un periodo di tempo predeterminato, tutto dipende dal progetto cui si stanno dedicando. L’estate australe dura all’incirca cinque mesi, da ottobre a febbraio-marzo; però ci sono alcune categorie di scienziati che, ovviamente, prediligono la notte australe e, quindi, effettuano le loro ricerche durante l’inverno, quando la popolazione cala fino al 20%. E ci sono anche altre cose terribili: gli alcolisti anonimi, corsi di aerobica e, quel che è peggio, corsi di yoga.

Una domanda non molto romantica: qual era il budget del film?

8-900.000$: non posso dirlo con maggiore precisione, perché non ho prodotto io il film; naturalmente una parte consistente dei costi è andata per la gestione dei diritti delle musiche, i viaggi sono stati costosi e anche l’attrezzatura particolarmente sofisticata che abbiamo utilizzato, malgrado non ci fosse una vera e propria troupe; poi c’è stata anche una ricerca d’archivio per materiali di repertorio che non avremmo potuto filmare diversamente.

È stato girato in pellicola o in digitale?

In digitale, perché con la pellicola sarebbe stato troppo complicato: uno dei motivi è che la pellicola vergine difficilmente oggi si piega, a maggior ragione a -30°, e poi avrebbe implicato di portare i magazzini e la pellicola solo noi due, in cima a un vulcano che è più alto del Monte Bianco.

Una domanda brevissima, per niente romantica e, forse, anche un pochino indecente. Abbiamo visto nei suoi film i posti più strani: vorrei sapere come e dove vive lui e come è fatta la sua casa.

Vivo a Los Angeles, ma non per stare vicino a Hollywood, ma perché mia moglie abita lì. Comunque gran parte dei miei film è trascorsa e trascorre sulle location dei miei film.


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