FALSE VERITA’ - WHERE THE TRUTH LIES

La metafora del viaggio sembra essere una delle componenti fondamentali del cinema dell’ultimo Egoyan. L’avevamo già appurato ne il Dolce domani e ne Il viaggio di Felicia, in cui l’idea del viaggio diventa simbolo del recupero del rapporto tra genitori e figli e dei rapporti umani, anche se in entrambi i casi domina un forte pessimismo di fondo. Anche nello splendido Ararat, molto più che come semplice spostamento fisico da un luogo all’altro, il viaggio è inteso come un tentativo quasi tarkovskijano di recuperare le proprie radici, il senso di appartenenza alla terra d’origine. In False verità invece si assiste a tre percorsi differenti, tre viaggi illusori volti a raggiungere la meta della verità, troppo spesso solo sfiorata.
Una giornalista indaga su un misterioso omicidio avvenuto in una camera d’albergo, per cui è coinvolta una celebre coppia del mondo dello spettacolo americano. Sono passati vent’anni dal fatto, e la ragazza è costretta a percorre labirinti di bugie e di versioni soggettive dell’omicidio, prima di approdare sui drammatici lidi della ‘verità’.
Il film mostra delle interessanti riflessioni sul sistema dell’entertainment americano, sulla falsa facciata dei miti dello spettacolo, che si presentano come integerrimi cavalieri della solidarietà, quando invece nella vita privata non nascondono solo storie di sesso e droga, ma anche un terribile segreto rimasto celato per tanti anni. Per la giovane protagonista, i due personaggi interpretati da Bacon e Firth rappresentano i tipici idoli dell’adolescente medio, e il fatto che i due siano conduttori del Telethon, la dice lunga sull’enorme frattura che divide illusorietà e apparenza del piccolo schermo e la cruda realtà dei fatti.
La coppia Bacon-Firth offre una grande prova. Il primo è un personaggio senza senso della misura, eccentrico sul palco quanto nella vita privata; il secondo, col suo charme di facciata, si mostra come lo stereotipo del gentleman inglese, ma appena scende nel backstage è in grado di trasformarsi in una belva. Anche Alison Lohman offre un’interpretazione convincente: la capacità di conferire al suo personaggio la complessa struttura di femme fatale-ragazzina perennemente innamorata dei propri idoli, rende la storia molto più intricata. La narrazione in sé è viziata da diverse versioni dei fatti: nell’autobiografia del personaggio interpretato da Kevin Bacon, la notte incriminata diventa un racconto che non coincide con quello che il suo collega fa alla giornalista; le scoperte dello stesso personaggio interpretato dalla Lohman, le interviste al misterioso maggiordomo che seguiva ovunque i due performers e i loro rapporti con un boss mafioso, portano a ben altre verità.
Seguendo i canoni del noir, Egoyan dirige un film che seppure si mostra interessante nella scelta degli interpreti, negli intenti di critica dello star system, e nell’approccio narrativo che fa dell’ambiguità la propria forza, non riesce ad appassionare a pieno. La pecca più grande è un utilizzo smodato della voce fuori campo, una scelta cosciente (come conferma l’autore in conferenza stampa), ma che non rende giustizia alla capacità comunicativa delle immagini. Ogni scena è accompagnata in maniera ridondante dalla verità di turno enunciata fuori campo. Questo mancato distaccamento da un approccio esasperatamente letterario, viene compensato da una bellissima fotografia e da belle scene di sesso molto spinto, tramite le quali il grande regista di origine armena riesce a trasmettere l’idea della perversione senza cadere nel volgare né tanto meno nella provocazione spicciola. La violenza è quasi totalmente assente, se non in brevi lampi di furia del personaggio interpretato da Firth, svelandone però la debolezza ed ingigantendo la forza della verità svelata dalla giornalista solo nel finale. Verità tutt’altro che sorprendente.
Il film non è privo quindi di spunti di riflessione, di qualche ammiccamento a quella poeticità narrativa tipica dello stile di Egoyan, nonché di una buona ricostruzione storica (sia negli anni ’50 che negli anni ’70, periodi in cui è ambientata la vicenda). Ma la narrazione si perde negli stessi labirinti che crea e il finale delude ogni tipo d’aspettativa: False verità, penalizzato tra l’altro da un doppiaggio non eccessivamente curato (sia nella traduzione delle battute della coppia, sia nella voce della Lohman che tende ad apparire sexy e ammiccante a tutti i costi) si regge solo su buoni lampi intuitivi, ma questi non bastano per farlo brillare di luce propria. Uno scivolone capita anche ai grandi, ed Egoyan, grande, lo è di sicuro. Non si può certo dire che sia una ‘falsa verità’.
(Where the truth lies) Regia: Atom Egoyan; soggetto: tratto dal romanzo di Rupert Holmes; sceneggiatura: Atom Egoyan; fotografia: Paul Sarossy; montaggio: Susan Shipton; musica: Mychael Danna; scenografia: Phillip Barker; costumi: Beth Pasternak; interpreti: Kevin Bacon (Lanny Morris), Colin Firth (Vince Collins), Alison Lohman (Kareen O’Connor), Rachel Blanchard (Maureen O’Flaherty), David Hayman (Reuben), Maury Chaykin (Sally Sanmarco), Kristin Adams (Alice); produzione: Serendipity Points Films; distribuzione: Fandango 2006; origine: Canada, GB, USA; durata: 108’; web info: sito ufficiale.
