FLAGS OF OUR FATHERS

Ci sono fotografie che una volta fatte assumono immediatamente un significato che trascende l’immediatezza dell’evento ritratto. I sei soldati americani che innalzano la bandiera a stelle e strisce sulla cima del Monte Suribachi, nell’isola di Iwo Jima, durante il secondo conflitto mondiale è una di queste. Joe Rosenthal, autore dello scatto, non poteva sapere, probabilmente, che quella immagine sarebbe diventata icona già da subito, eppure quel breve attimo catturato fece il giro del mondo caricandosi di innumerevoli impulsi emotivi ma anche di aspettative, una fine vicina della guerra, prive di reale fondamento.
Clint Eastwood, basandosi sul libro di James Bradley, figlio di uno di quei soldati, dirige Flags of Our Fathers, prima parte di un’opera notevolmente più ampia e complessa che prevede un secondo film in lingua giapponese, dal titolo Lettere da Iwo Jima, sviluppato parallelamente, che mostrerà quella battaglia dall’ottica dello schieramento opposto. Nella sua interezza, dunque, il progetto pone l’accento sulla guerra in sé, annullando la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, per portare sullo schermo quello che realmente è la conseguenza ultima di tutti gli scontri armati e cioè la morte di esseri umani.
Quello a cui assistiamo è il farsi immagini della memoria di uno dei protagonisti raccontata attraverso la voce narrante del figlio. Vediamo i momenti di preparazione alla battaglia e poi la battaglia stessa con uno sbarco sull’isola di Iwo Jima che in certi attimi ricorda da vicino le sequenze di Saving Private Rayan di Steven Spielberg, in questo caso nelle vesti di produttore. Ma il film procede oltre la descrizione del conflitto.
Ciò che più preme al regista è mostrare il ritorno a casa dei soldati protagonisti della fotografia, immediatamente richiamati negli Stati Uniti per sfruttare l’immensa popolarità dell’immagine e così convincere ad acquistare buoni di guerra in grado di continuare a finanziare lo sforzo armato. I tre, unici superstiti dello scatto, iniziano, allora, un giro per un paese improvvisamente orgoglioso e ipocriticamente pronto a fare la sua parte, soprattutto sul piano economico. Un paese che oblia solo apparentemente i rigurgiti razziali, uno dei tre soldati è, infatti, di origine indiana, per non lasciarsi scappare la sempre attraente possibilità di affibbiare a qualcuno lo status di eroe. E qui Eastwood smaschera, raccontando di come i tre vengano ben presto dimenticati, questo immane e privo di coerenza bisogno di glorificare, mostrando, al contempo, come sia labile la memoria collettiva e come la morte, e solo lei, possa, in uno strano gioco di controsensi, assegnare quello status di eroe la cui peculiare e imprescindibile caratteristica è detta immortalità.
Il film non è esente da attimi di caduta sia ritmica che visiva. Non sempre si riconosce quella straordinaria forza e capacità narrativa che Eastwood ci ha regalato in altre sue pellicole, venendo meno quel respiro ampio, quel gesto prepotente figlio di scelte che rifiutano a priori la banalità. Qui, invece, forse anche a causa di una sceneggiatura che, pur figlia di due autori come Paul Haggis e William Broyles Jr, a fatica regge per tutti i 135’ minuti di proiezione, sembra invece abbandonarsi ad una eccessiva prolissità. Molto bella, al contrario, la fotografia di Tom Stern specie nelle sequenze di guerra.
Pur non dimenticando di dire che Flags of Our Fathers è lontano dal potere essere considerato come un cattivo film, bisogna, dunque, ammettere che non si tratta probabilmente del miglior Eastwood, uno dei registi contemporanei più apprezzabili, e che al riaccendersi delle luci, per chi ama il suo stile e la sua poetica, è facile ritrovarsi con una sensazione di parziale insoddisfazione.
(Flags of Our Father) Regia: Clint Eastwood; soggetto: Basato sul libro di James Bradley con Ron Powers; sceneggiatura: Paul Haggis, William Broyles Jr; fotografia: Tom Stern; montaggio: Joel Cox; musica: Clint Eastwood; scenografia: Henry Bumstead; costumi: Deborah Hopper; interpreti: Ryan Phillippe (John “Doc” Bradley), Jesse Bradford (Rene Gagnon), Adam Beach (Ira Hayes), John Benjamin Hickey (Keyes Beech) John Slattery (Bud Gurber) Barry Pepper (Mike Strank); produzione: Clint Eastwood, Steven Spielberg, Adam Goodman per Malpaso Productions, Dreamworks, Warner Bros., Amblin Entertainment; distribuzione: Warner Bros.; origine: USA; durata: ‘131;
