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Golden Kingdom - Generation

Pubblicato il 12 febbraio 2015 da Fabiana Sargentini

VOTO:

Golden Kingdom - Generation

Golden kingdom è un lentissimo viaggio birmano nella vita di quattro giovani (sui dieci-undici anni) già monaci buddisti. Per ragioni che non ci è dato sapere il monaco anziano si allontana dal tempio e mette a capo della piccola comitiva il più grande, Ko Yin Witazara, a controllare che tutto proceda come sempre. Ma dopo un paio di giorni di ritualità ripetute come sempre - preghiera, pasto, gioco, sonno - la situazione si mette male: il vecchio contadino che solitamente li rifornisce di cibo ogni giorno non arriva. E così per uno, due, tre giorni. A quel punto Ko Yin decide di partire in esplorazione. Quello che incontra è sempre negativo: morte, fantasmi, visioni di fuoco malefico. Torna al tempio dai piccoli. Un soldato ferito si rifugia da loro. Stravolto dal dolore della ferita sanguinante racconta aneddoti simbolici tragici illuminato da una candela circondato dai bambini. L’indomani mattina lo trovano morto. I piccoli monaci trovano la forza di cremarlo, appiccando un rogo, secondo tradizione. Un giorno arriva una donna che li nutre. Poi, per altri giorni, di nuovo soffrono la fame. E Ko Yin parte per l’ennesima volta alla ricerca di qualcosa o qualcuno che li aiuti. Oltre a cadaveri, una notte, terrorizzato da ogni rumore di uccello o movimento ventoso tra gli alberi, nel bosco sconfigge, urlandogli contro col potere delle parole sagge, l’allucinazione di un demone colorato, visualizzato come le rappresentazioni delle divinità orientali. Attraverso una narrazione legata alla realtà ma continuamente contaminata da credenze, religiosità e riti il film si arena su una bellezza visiva di massima suggestione senza, purtroppo, riuscire a coinvolgere mai. Il doppio piano di realismo e magia confonde lo spettatore (forse solo quello occidentale) e lascia perplesso sul significato e sull’intenzione del racconto. I luoghi sono mirabili, i templi e le pitture rupestri delle ultime inquadrature degne di pregio, le vallate e la natura chiamano a gran voce di essere visitate, ma tutta questa incredibile bellezza resta piatta come una cartolina o un depliant turistico.
Il regista Brian Perkins esordisce nel lungometraggio dopo aver speso un lungo periodo in Oriente ed aver preso contatti con numerosi monasteri e villaggi in Myanmar. Elemento massimamente disturbante una voce femminile che traduce tutti i dialoghi in lingua tedesca, compresi i vari momenti di preghiera e canto (sono invece presenti sottotitoli in inglese). Ci si chiede la necessità di questa traduzione simultanea su scena, distraente, fuori luogo, sgradevole, degna di un documentario televisivo su un’emittente scadente.


CAST & CREDITS

(Golden Kingdom); Regia e sceneggiatura: Brian Perkins; fotografia: Bella Halben; montaggio: Sebastian Bonde; interpreti: Shine Htet Zaw (Ko Yin Witazara), Ko Yin Saw Ri (Ko Yin Wezananda), Ko Yin Than Maung (Ko Yin Thiridema), Ko Yin Maung Sein (Ko Yin Awadadema); produzione: Brian Perkins, Matt O’Connor, Jessica Ballard per Bank & Shoal Motion Pictures; origine: USA, 2015; durata: 104’


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