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Hai paura del buio

Pubblicato il 6 maggio 2011 da Nicola Lazzerotti


Hai paura del buio

Presentato l’anno scorso al Lido di Venezia nella "Settimana della critica", il primo lungometraggio di finzione di Massimo Coppola viene, però, dopo alcuni documentari ed è a ben vedere un esordio piuttosto interessante.

Eva una ragazza di vent’anni, che dopo essere stata licenziata dal suo lavoro in fabbrica a Bucarest decide di lasciare tutto e venire in Italia. In una notte in cui è costretta a dormire all’addiaccio incontra la coetanea Anna, anche lei operaia, occupata presso la Fiat di Melfi, che decide di ospitarla nella sua casa.

Massimo Coppola, parte da lontano con Hai paura del buio, ed esattamente dalla sua esperienza a Mtv (che co-produce il film) e dalla sua trasmissione Avere vent’anni, un reportage televisivo ad episodi sui giovani ‘d’oggi’ e sul rapporto lavoro-vita. Tra le tante puntate c’era la storia di un’operaia di Melfi, dei suoi vent’anni, del suo desiderio di potersi comprare un divano, il suo innocente piccolo desiderio di consumo. Vent’anni è infatti l’età delle due protagoniste, entrambe alla ricerca di se stesse e dei loro desideri. Immerse in una società soverchiante, la fabbrica come sistema di sostentamento è il mezzo che consente la vita, ma essa è anche una prigione. Eva lascia la Romania quando viene licenziata e Anna va a Napoli, lasciando la famiglia e la nonna morente, solo quando in fabbrica avviene un incendio e la produzione si ferma. Ma il significato della metaforica prigione del lavoro nulla ha a che vedere con le libertà personali delle ragazze. Il lavoro rappresenta più che altro una prigione dell’anima. Un luogo che sopisce e mortifica le ragazze in esistenze precarie, avvilenti, senza scelta.

Senza cadere in facili luoghi comuni, Massimo Coppola tratteggia una storia livida che trasuda verità, alla base della quale persiste una radicale ricerca d’amore, in una realtà fredda e distaccata. Crudo in tal senso l’utilizzo della musica: non casuale la scelta dei Joy Divison, il cui repertorio già di per sé amplifica quella sensazione di attonito sconforto. Ma il regista va oltre. Attraverso un’attenta scrittura crea nel film dei precisi momenti musicali, in cui le ragazze utilizzano la musica per distrarsi, momenti che rappresentano delle vere pause esistenziali dall’incedere della vita. Ma la musica puntualmente si interrompe in modo brutale, e la vita irrompe con tutto il suo carico drammatico. Forti sono inoltre i richiami e le similitudini nelle due donne. Significativo, per esempio, un vestito a paillettes che entrambe indossano, Eva sola in casa attaccata ad una bottiglia e Anna vagando per il locale a Napoli. La similitudine esprime chiaramente un desiderio agoniato, ma mai realizzato, di essere altra cosa da se stesse e dalle loro solitudini.

In definitiva Massimo Coppola ha realizzato un bel film che manifesta con forza quel malessere afflittivo che travolge, come un pugno alla bocca dello stomaco, quelle persone di vent’anni che stringendosi le une con le altre affrontano a muso duro il loro destino.


CAST & CREDITS

(id.); Regia: Massimo Coppola; sceneggiatura: Massimo Coppola; fotografia: Daria D’Antonio; montaggio: Cristiano Travaglioli; interpreti: Alexandra Pirici (Eva), Erica Fontana (Anna), Antonella Attili (Madre di Anna), Angela Goodwin (Nonna di Anna); produzione: Nicola Giuliano e Francesca Cima/ Indigo Film; distribuzione: Bim distribuzione; origine: Italia, 2010; durata: 95’


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