Hamilton - Panorama USA

Hamilton è un film senza sorrisi. Ma non è un film triste. Qualche accenno, un angola della bocca che si alza, uno sguardo più acceso. Hamilton è un film senza primi piani. È un film corale che racconta una storia sola. Una giornata nella vita di una famiglia e del quartiere in cui abita. Una quieta quasi muta si estende sulla superficie, i rumori fanno parte dell’ambiente in egual modo delle persone in carne ed ossa. Come suol dirsi, le chiacchiere stanno a zero a Hamilton. Un’inerzia accaldata si espande sui personaggi e li rende vulnerabili, scoperti, vivi. Si muovono come se l’aria pesasse, come non ci fosse un domani. Invece domani si parte per le vacanze estive, Lena, la neonata Adeline, Kelly e la piccoletta. Da quale legame sono unite queste donne? Sono tre sorelle? Ma due sono di colore e una no. Sono amiche? Sono madri e figlie e suocere e cognate. Chissà. Gli spettatori avranno poche risposte, ma questo non procurerà loro delusione, affatto. Le ventiquattr’ore passate nei dintorni potrebbero essere un’unica ora ripetuta all’infinito. Testimoni di vita umana vera, a volte dolorosa, a volte più leggera, sicuramente densa.
Un film povero di mezzi (il regista Matthew Porterfield lo ha girato in soli 21 giorni con l’irrisorio budget di cinquantamila dollari, una briciola in confronto a qualsiasi film mainstream statunitense) ma ricco di idee, di visioni, di soluzioni formali originali. La pellicola è raccontata tramite quadri fissi, l’inquadratura il luogo geometrico entro cui porre i confini del mondo: dentro accade tutto, le cose prendono forma, si muovono e l’occhio è forzato a seguirle ipnotizzato: esemplare la scena delle quattro altalene che dondolano alternate, una alla rincorsa dell’altra.
Gli interpreti sono tutti non professionisti, persone prese dalla vita di tutti i giorni. C’è il bimbo che coglie i fiori con la nonna (trattasi della reale parente del regista) e poi corre in bicicletta verso la giovane destinataria del mazzetto. C’è Joe, giovanissimo neo padre che si allontana dal nucleo familiare con la scusa di lavorare e se la cava con piccoli impieghi da studente, tagliaerba e simili. C’è la madre di Joe, capofamiglia silenziosa di un gruppo di ragazze di diverse età e colore della pelle, che attraverso gesti di accudimento - preparare i panini col burro di arachidi, andare a prendere il figlio in macchina lungo la strada - si prende cura della sua famiglia allargata. E c’è Lena, la giovanissima neo mamma, che, in uno dei pochissimi primi piani in 65 minuti di durata, chiude il film con un viso statuario, pulito, chiaro che dipinge amore, pazienza, sopportazione tenute insieme dalla chiave di volta della giovinezza.
(Hamilton); Regia e sceneggiatura: Matthew Porterfield; fotografia: Jeremy Saulnier; montaggio: Matthew Porterfield; interpreti: Christopher H. Myers, Stephanie Vizzi; produzione: The Hamilton Film Group; origine: USA, 2006; durata: 65’
