Il comandante e la cicogna

A metà strada tra il realismo della crisi, quello di Giorni e nuvole, in primis, che di magico non aveva nulla, e il surreale sentimentale romantico, quello sì magico, e delizioso, di Pane e Tulipani e Agata e la tempesta. In mezzo a questi due poli del cinema di Soldini, l’amaro del reale e il dolce dei sentimenti e di certe delicate figure umane, si piazza l’ultimo lavoro dell’autore, una commedia che si propone fantastica e sociale insieme, aerea e lieve come altre volte, ma che si aggancia al presente, o tenta di farlo, provando a raccontare la misera condizione attuale del nostro paese Italia, oggi. Sta qui la novità e la singolarità de Il comandante e la Cicogna, l’essere al centro delle due correnti principali del cinema del regista milanese. È un film corale, il suo, di tenere bontà e di furbizie ridicole, e tipiche, mescolate in una città immaginaria dove ognuno parla un dialetto diverso, dove un bambino ha per amica una cicogna e dove un idraulico vedovo (con due figli adolescenti) parla tutte le notti con la moglie defunta, che sniffa caffè in bikini. Dove le statue di grandi italiani del passato, Verdi, Leopardi, Garibaldi il comandante, commentano con malinconica amarezza i tristi giorni del film, gli stessi di noi che guardiamo, e dove artiste squattrinate sono costrette a rimediare la committenza di loschi avvocati salva potenti. E a raccontarla così, come a leggere la sinossi nel pressbook, veniva da attendersi, soprattutto conoscendo la vena e le citate vette soldiniane dei primi anni 2000, un’opera di una certa importanza. Invece no, e dispiace, perchè i personaggi alla lunga non hanno leggerezza ma inconsistenza, perchè non ci coinvolgono e soprattutto non ci raccontano, e il vaggio nella realtà che facciamo in loro compagnia è un attraversamento noioso nel quale vediamo poco di nuovo, e lo osserviamo come dal vetro di un pullman. Il comandante e la cicogna è una maionese che non monta, una manciata di percorsi narrativi stagnanti che di tanto in tanto si accendono di qualche efficace trovata. Un film che ha rischiato, questo va detto, che ha provato a sfidare l’abitudine, e per questo è meritevole di stima. È però anche un film che rimane intrappolato a metà strada, debole sul primo e sul secondo fronte, quello del reale amaro e quello della favola gustosa.
Regia: Silvio Soldini; sceneggiatura: Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Silvio Soldini; fotografia: Ramiro Civita; musica: Banda Osiris; montaggio: Carlotta Cristiani; interpreti: Valerio Mastandrea (Leo), Alba Rohrwacher (Diana), Giuseppe Battiston (Amanzio), Claudia Gerini (Teresa), Maria Paiato (Cinzia), Luca Dirodi (Elia), Serena Pinto (Maddalena), Yang Shi (Fiorenzo), Michele Maganza (Emiliano, il detective), Fausto Russo Alesi (Agente immobiliare), Giuseppe Cederna (Direttore supermarket), Giselda Volodi (Gallerista), Luca Zingaretti (Avvocato Malaffano; produzione: Lumiere & Co., Ventura Film, RSI. ; distribuzione: Warner Bros Italia
