Il Falsario (Conferenza stampa)

Roma. Nella sala dell’Anica adibita alle proiezioni per la stampa, fanno il loro ingresso il quarantenne regista austriaco Stefan Ruzowitzky e il novantenne Adolf Burger, realizzatore de The Devil’s Workshop (trad. lett. italiana L’officina del diavolo), il libro autobiografico dal quale è stato tratto il film.
Potrebbe raccontarci la sua esperienza e come ha vissuto fino a oggi?
A.B. Quando parlo della mia esperienza, posso parlare di due esperienze. Sono stato felice fino ai 22 anni di età, quando un cattolico (Monsignor Jozef Tiso, Primo Ministro e, in seguito, Presidente della Repubblica indipendente slovacca dal 1938, ndr) si accordò con Hitler per realizzare una legge sugli Ebrei, secondo la quale era da considerarsi ariano chi era figlio di una coppia mista o di battezzati, ma solo prima del 1938. Io lavoravo in una tipografia e falsificavo certificati di battesimo cattolici. Erano anche stati vietati i partiti politici. L’11 agosto del 1942 (un giorno prima del mio compleanno) venni portato in prigione dalla Gestapo della Repubblica slovacca; venni interrogato, ma non da un tribunale, e fui portato ad Auschwitz, dove non stavo male. Ma dopo tre mesi venni mandato a Birkenau, dove trovai l’Inferno: era il peggiore tra i campi di concentramento, chiamato ’N.N.’ (che, in tedesco, sta per ’Notte e Nebbia’).
Terminata la Guerra, ha avuto più rapporti con Smolianov? Lui ha continuato ad essere un falsario?
Smolianov era il miglior falsario d’Europa: era venuto dalla Russia col professor Soltov, ma non poteva sopravvivere come artista in Germania, per cui cominciò a falsificare; venne arrestato quando Hitler era già al potere e, in quanto ebreo, venne imprigionato per quattro anni nel campo di Mathausen.
Ho mantenuto i contatti con i tipografi che, ora, sono tutti morti, tranne quello tedesco che ho visto l’anno scorso a Sachsenhausen.
E Smolianov?
Quando siamo stati liberati dagli americani nel ’45, chiesi a Sally (come lo chiamavo io): «Ora finirai di falsificare?». «Certo!». Ma poi non lo rividi più. L’unica cosa che mi è rimasta di lui è un ritratto, che si trova nel libro, dove si vede che avevamo i capelli lunghi.
Vorrei chiedere al regista come ha trovato la storia e come è stato il rapporto con questo ’fiume in piena’ di 90 anni già in fase di sceneggiatura?
S.R. È stata una strana coincidenza, visto che due produttori, indipendentemente l’uno dall’altro, si sono rivolti a me per realizzare questo tema, per cui ho pensato a un segno del destino. Per me comunque questo film è importante, visto l’andamento della politica in Austria (dove al potere ci sono partiti di destra), per combattere tale tendenza.
Il signor Burger, inoltre, da tempo tiene delle conferenze.
Signor Burger, il regista ha detto che lei tiene conferenze da decenni: quando ha cominciato? Il suo libro, inoltre, è recente, oppure si tratta di una riedizione? E quali sono le licenze storiche che lei ha permesso? Ad esempio, al contrapposizione tra lei e Salomon era veramente così netta? Trovo che sia un po’ strano che i Nazisti dicessero ai loro prigionieri quello che stavano facendo.
A.B. Per quanto riguarda il copione, Ruzowitzky lo ha scritto molto bene, vi erano solo delle piccolezze da togliere, cose non vere e non significanti (ad esempio, non abbiamo mai stampato milioni di dollari). È un film, non un documentario, e un documentario lo avevo già realizzato negli anni ’50: la Zdf me ne chiese una parte. Se volete la verità, dovete solo leggere questo libro. Sono comunque contento di aver fatto conoscere che i nazisti erano criminali non solo perché uccidevano, ma anche perché compivano delle contraffazioni.
Esistono tantissimi film sui campi di concentramento, ma Il falsario ne mostra uno che è e non è un campo di concentramento: io giocavo a ping pong con un SS, non avevo i capelli tagliati, mangiavo; ad Auschwitz, invece, stavo in una stalla e ho visto 80.000 persone mandate a morire (mi occupavo delle loro valigie, per cui ne conosco il numero). Importante è mostrare non solo le uccisioni ai giovani di oggi. Ma a Sachsenhausen eravamo dei morti in vacanza, perché mai pensavo che ne sarei uscito vivo. Finita la guerra, ho dovuto vivere con questo pensiero per sempre, come quello di mia moglie, uccisa a 22 anni nella camera a gas, perché si era ammalata e non riusciva più a lavorare.
Quando parlo ai 17enni nelle scuole, dico che «Voi siete la nuova generazione, non dovete avere dei sensi di colpa, a meno che non diventiate nazisti».
Vorrei dire al regista che è meritorio che non abbia calcato sull’aspetto diabolico ed esoterico dei nazisti, mostrandoli, invece, più come dei gangster. Inoltre vorrei chiederle cosa pensa del Revisionismo storico in Germania, del quale sono giunte notizie anche da noi.
E avrei una domanda anche per il signor Burger: Salomon era veramente così affascinante? Inoltre pensava che l’arte salva la vita? È questo, forse, il messaggio del film?
S.R. In Germania è uscito un libro in cui si cerca di comprendere i criminali nazisti dal punto di vista psicologico e sociologico: degli esperimenti effettuati appena terminata la Guerra hanno dimostrato che tra le loro fila non vi erano più psicopatici della media. Tanti di loro volevano soltanto non scontentare i loro superiori: il compito di Krüger, ad esempio, era di uccidere dei detenuti ogni tanto. E ho dato questo libro ai miei attori.
Recentemente vi è stato uno scandalo sulla Tv tedesca, con una presentatrice (poi licenziata) che parlò del ruolo positivo avuto, in quegli anni, dalle madri in Germania nel costruire le autostrade: ancora oggi non tutti capiscono quanto fosse criminale il Nazismo, alcuni pensano che l’Olocausto sia stato l’effetto collaterale, mentre l’effetto collaterale sono state le autostrade! Spesso chi ama l’ordine sostiene il Nazismo, mentre questo, invece, ha portato solo disordine. Comunque, devo aggiungere che neanche Haider difende il Nazismo.
A.B. Smolianov era un falsario professionista, per lui era indifferente se realizzare dollari contro gli USA. Era talmente abile che riusciva a ritoccare il negativo. Non aveva interessi politici, gli interessava solamente mostrare le sue capacità: ed era stato sfidato da Krüger a mostrare le sue capacità. Era Jacobson a ritoccare e rovinare la gelatina (al fine di sabotare i piani nazisti, ndr).
Una domanda per Ruzowitzky: quale è stata la difficoltà più grossa? Mi sembra che gli attori dimagriscano a vista d’occhio.
S.R. Si trattava di un tema delicato che riservava molte trappole e il rischio era di comunicare una cosa sbagliata. Era importante mostrare che Salomon, dopo questa esperienza, continuava ad essere un contraffattore, per non dare l’idea che un campo di concentramento possa fare in modo che qualcuno diventi onesto.
Per gli attori è stato complicato cominciare le riprese dalla fine della storia.
Per il signor Burger: vi erano due campi di concentramento contigui, voi siete stati liberati da altri detenuti?
A.B. Nella realtà non è finita così, altrimenti il film sarebbe diventato troppo lungo: noi siamo stati portati via e poi liberati dagli Americani. Il regista è stato bravo, poiché ha mostrato che non sono stati i Russi a liberarci. Gli altri imprigionati non pensavano che fossimo anche noi dei detenuti, visto che eravamo ben nutriti: per cui abbiamo loro mostrato i numeri di Auschwitz che avevamo tatuati. E nel campo era rimasto solamente un SS.
Lei ha cominciato a tenere conferenze nel 1980: cosa la ha spinta a raccontare la sua esperienza?
Fino al 1945 avevo passato tre anni e mezzo in tre diversi campi di concentramento. Eppure dormivo tranquillamente. Avevo due sorelle che si trasferirono in Palestina: una tornò per chiedermi di seguirla, ma risposi che lì non avrei avuto nessuno da convincere.
Nel 1972 un volantino affermava che sarebbe stato dato un premio di 10.000 marchi a chiunque potesse dimostrare che almeno una persona era stata mandata a morire ad Auschwitz. Nel 1952 ho pubblicato questo libro (sono un giornalista, per cui avevo l’accesso agli archivi): ho trovato duecento documenti. Ora il libro verrà pubblicato in Italia, Giappone e altri Paesi; verrà anche ripubblicato in Germania. Le fotografie sono state prese da un archivio delle SS. Nel 1972, dopo la bugia nazista, smisi di lavorare e decisi di dedicarmi a quello che faccio ancora oggi. Sono andato a Berlino proprio per avere la foto di quel nazista che aveva messo in giro la bugia: venne condannato a soli sei mesi di prigione. Ma la gioventù tedesca non ne sa nulla, perché in Germania è vietato parlarne. Ad esempio nel libro vi è una foto di Mengele con dei gemelli: voleva solo dei gemelli per i suoi esperimenti; nessuno tra loro è sopravvissuto.
Il suo film è in corsa per l’Oscar, gli Americani lo danno tra i favoriti: come vive questo momento, lei che è già stato in corsa per l’Oscar (per The Inheritors, candidatura austriaca nel 1999, ndr)?
S.R. È un’emozione vedere il proprio film tra i favoriti.
Conosce l’opera di Tadeusz Kantor, che, mi sembra, torni spesso lungo il suo film? Lei ha fatto capire che i suoi nonni non si opponevano al Nazismo: è qualcosa di tipico per la sua generazione in Austria e Germania? Inoltre, perché ha cambiato i nomi?
No. non conosco l’opera di Kantor.
Ho cambiato i nomi per motivi legali: solo Burger e un altro sono ancora vivi, per cui solo loro hanno dato il consenso all’utilizzo dei loro nomi.
Il film ha avuto molto successo in tutto il mondo, tranne che in Germania.
Il film è bellissimo, complimenti! Quale è stato il momento più emozionante?
Per me l’emozione più grande è stata quando sul set vennero Burger e il signor Plappler, mentre stavamo girando la scena dell’opera, mi sono reso conto che non stavamo facendo soltanto un film, ma che tutto era avvenuto sul serio.
Recensione de Il falsario
