Il mio sogno più grande

New Jersey, 1978. Dura la vita per la quindicenne Gracie Bower, adolescente e unica femmina di una famiglia con tre figli maschi. La vita dei Bower ruota quasi esclusivamente attorno alla passione bruciante per il calcio; il primogenito Johnny è una promessa della squadra locale, sebbene sbagli il rigore decisivo nella finale del torneo. Nella società americana di quegli anni non mancano esempi di razzismo sessuale, nonostante l’approvazione nel 1972 della Title Nine, una legge che stabilisce parità sessuale in qualsiasi programma educativo o attività sociale. Gracie è attratta dal calcio, ma frustrata da un ambiente che non si interessa di lei e dei suoi desideri. A ciò si aggiunge un evento luttuoso: la tragica morte di Johnny, suo unico alleato in famiglia, vittima di un incidente stradale. Dopo giorni di dolore e sofferenza, Gracie decide di riempire il vuoto lasciato dal fratello dedicandosi al gioco del calcio. La scelta lascia sbigottita la famiglia e soprattutto il padre, ex-calciatore, che inizialmente si rifiuta di allenare la figlia. Anche a scuola le cose vanno male, e su Gracie iniziano a circolare chiacchiere malevole. Il coraggio della ragazza riuscirà non solo a convincere tutti delle sue capacità, ma anche a coronare il suo sogno più grande: segnare il gol della vittoria nella finale del campionato, quel gol che suo fratello aveva sbagliato.
Il mio sogno più grande si presentava come un progetto atipico, almeno nelle premesse. Apparentemente si inserisce nel filone americano del “cinema per teenager”, sulla scia de Il bacio che aspettavo; film che parlano ai giovani e ai loro genitori dei temi classici della formazione, come l’iniziazione sessuale o la realizzazione dei propri desideri. Temi onorevoli, per carità, ma affrontati con spirito paternalistico e soprattutto con banalità e moralismo di fondo. In questo caso, però, c’erano alcuni elementi che facevano presupporre un prodotto diverso: un regista rigoroso e attento alle tematiche sociali (Davis Guggenheim), la famiglia Shue a produrre e ad interpretare (Andrew ed Elisabeth Shue, che tra l’altro è moglie del regista). E in effetti la storia e il progetto sono intimi, quasi personali: tutte le vicende sono ispirate a fatti realmente accaduti agli Shue negli anni della giovinezza nel New Jersey, dove tutti i componenti della famiglia si distinguevano in diverse ruoli calcistici (anche Elisabeth giocava con successo). Il soggetto di base propone diversi spunti interessanti: la lotta per l’integrazione di Gracie all’interno di un consesso maschile si presta a un discorso non banale sulla lotta per l’integrazione sessuale e sull’abbattimento delle barriere tra i sessi nella società americana degli anni Settanta. Peccato che nel film il tutto viene ridotto a una banale storia adolescenziale che non ha alcun fremito o altra ragion d’essere. Del gioco del calcio viene data una visione davvero aberrante; non siamo davanti ad uno sport di squadra, ma ad un “uno contro tutti”; Gracie si allena per le selezioni come Rocky al combattimento con Ivan Drago, mentre il contesto viene descritto nel modo più sommario ed approssimativo possibile. Le interpretazioni risentono di una sceneggiatura poco curata; i personaggi cambiano idea nell’arco di pochi secondi, parlano sempre attraverso frasi fatte (si sprecano i “Ce la puoi fare” o “Fatti valere”,“Credo in te” ecc.) ed espressioni stereotipate. Non per colpa degli interpreti, sia chiaro; basta l’intenso monologo di Elisabeth Shue, di fronte alla Commissione che deve decidere se concedere o meno a Gracie la possibilità di giocare con i maschi, per comprendere come sia la scrittura a pregiudicare la riuscita del film. Fatto conto dunque dell’occasione sprecata, poteva esserci almeno il puro divertimento. Ebbene, neanche sotto quest’aspetto Il mio sogno più grande centra l’obiettivo; le vicende si trascinano scontatissime e cariche di retorica, le musiche non si discostano dalle classiche melodie - colme di enfasi non richiesta - che accompagnano questo genere di film (tranne ovviamente la splendida “Growing Up” concessa da Bruce Springsteen). E anche la dedica finale a “persone coraggiose come Gracie grazie alle quali oggi ci sono 5 milioni di ragazze che giocano a calcio in America" non investe la vicenda di un piano universale; abbiamo semplicemente assistito alla lotta di una teenager americana. Sarebbe stato uguale se, invece di lottare per giocare a calcio, avesse lottato per conquistare un ragazzo o per prendere la patente di guida. In fin dei conti non possiamo lamentarci troppo; il cinema giovanilistico americano non è di gran lunga più interessante o profondo del nostro.
(Gracie); Regia: Davis Guggenheim; sceneggiatura: Lisa Marie Petersen, Karen Janszen; fotografia: Chris Manley; montaggio: Elizabeth Kling; musica: Mark Isham; interpreti: Carly Schroeder, Elisabeth Shue, Dermot Mulroney, Andrew Shue, Jesse Lee Soffer, Joshua Caras, Julia Garro; produzione: Elevation Filmworks, Ursa Major Films LLC; origine: USA, 2007; distribuzione: Moviemax; durata: 93’
