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Il passato è una terra straniera

Pubblicato il 1 novembre 2008 da Simone Isola


Il passato è una terra straniera

In una Bari notturna e misteriosa si incrociano le giovani personalità di Giorgio e Francesco. Il primo è uno studente di legge, figlio di intellettuali borghesi e con una vita legata a solidi schemi; il secondo un bad guy misterioso e affascinante, che vive nelle bische dove esercita la sue straordinarie capacità di baro. Sono i protagonisti di una storia dura e serrata, che Vicari traduce dalle pagine di Gianrico Carofiglio in un film molto atteso e controverso. "Ciò che mi interessava nel libro - afferma Vicari - è questo scambio di personalità, la capacità di influenzare l’esistenza e il comportamento di un individuo. Dopo essere entrati a contatto, i due ragazzi rafforzano, vivono diverse fasi della loro amicizia, fino alla dissoluzione del rapporto". Giorgio si ritrova nelle stive delle navi attraccate al porto, dove un’umanità ricca e di malaffare passa le notti al tavolo verde. Lì incontra Maria, una donna sposata e fascinosa che da sua creditrice si trasforma in amante. Giorgio e Francesco vincono somme sempre più consistenti, gestendo con l’inganno ogni partita. Derivano verso il male, ritrovandosi a Barcellona per ritirare una grossa partita di coca. E qui le due personalità giungono al massimo livello di abominio, mescolando sesso e violenza. Al ritorno in Italia l’amicizia deflagra in una notte violenta, dove Francesco non si “redime” ma decide di cancellare tutto, di cambiare canale, di lasciarsi ogni cosa alle spalle per continuare a vivere.

Il film non ha una morale o una tesi. L’autore racconta una storia che può riguardare ogni età, legata a una precisa concezione dell’uomo. E’una discesa agli inferi, spinta dall’ansia del denaro. Ma le vincite al gioco sono anche un modo per affermare la propria personalità, altrimenti opaca, persa nel grigiore borghese dove le ambizioni sono più indotte dai genitori che realmente sentite. I due giovani hanno un tale desiderio di riuscita che non esitano ad usare la violenza e a barare con le carte. Un tema costante nel cinema di Vicari: Stefano Scipioni (Velocità massima) trucca il motore dell’auto per disputare le corse clandestine all’Eur; il ricercatore Max Flamini (L’orizzonte degli eventi) “trucca” i dati dell’elaboratore nascondendo le magagne dell’esperimento. E il trucco, l’imbroglio, è sempre seducente, incanta i protagonisti. Francesco mostra i suoi trucchi come un prestigiatore, e Giorgio ne resta talmente ammaliato da esercitarsi anche a casa, mentre studia per l’esame di diritto.
Vicari è interessato ad ambienti specifici: le corse di automobili, il laboratorio di ricerca scientifica, le bische. Mondi dove il rischio e l’azzardo sono dietro l’angolo, dove la competizione è spietata e dove si ingigantiscono e si affermano i malesseri e le storture del nostro tempo. Come negli altri film, il rapporto tra uomo e donna è conflittuale e legato all’atto sessuale improvviso e passionale. Francesco infatti dimostra pian piano una particolare propensione ad una sessualità malata, violenta, cui Giorgio sembra inizialmente uniformarsi. Oltre al sesso il rapporto è davvero minimo, fatto di sguardi, ammiccamenti, qualche battuta di approccio e poco più. Sembra che la forza generata dall’amicizia basti ai due ragazzi e impedisca loro un rapporto profondo con il mondo femminile (non a caso Francesco è seccato dalle continue frequentazioni di Giorgio con Maria). La regia è corposa, precisa nella gestione dei movimenti e dei corpi; specie nelle scene di violenza o di sesso i corpi si muovono come in elettrica danza, seguiti da una macchina da presa febbrile. Ci sono alcuni immagini forti di Giorgio che restano dentro. Come quando nasconde il denaro vinto alle bische nei libri di Marx ed Engels, o l’animata discussione con i genitori, viva e temperata dall’affetto. O ancora, l’incontro tenerissimo con sua sorella. Ma il confine tra bene e male è labile e l’uomo, utilizzando la terminologia girardiana, è fondamentalmente un “imitatore”, ovvero assorbe i comportamenti, le categorie mentali e gli umori di chi gli sta accanto. Nel contatto con gli altri l’equilibrio può spezzarsi, specie nei momenti di fragilità. E’ un lato nascosto della personalità, ma che fa parte di noi. Nei corridoi del commissariato Giorgio osserva dietro il vetro l’immagine di Francesco, e i due volti si sovrappongono in un unicum inscindibile. Si conclude così il loro tragico rapporto, che inibiva ogni paura, i timori di essere scoperti in qualche bisca, di essere aggrediti, di essere intercettati con un carico di droga. Elio Germano disegna un personaggio assolutamente credibile, palpitante. E’ uno dei pochi attori italiani capaci di cambiare registro con fluidità, di recitare con il corpo e con una gestualità marcate senza scadere nella teatralità e nell’artifizio. Ed è validissimo nel creare atmosfere tese, nel rivelare anche in scene secondarie aspetti fondamentali del suo personaggio.

Ciò che Vicari propone, in conclusione, è una terza via per il cinema italiano, distante sia dall’autismo autoriale quanto dalla produzione di consumo. Si sporca le mani con i generi e non ha paura di “cercare” un proprio pubblico con storie, volti, temi che possano avere un riscontro nella società. L’anima popolare di questo cinema si esprime tra realismo ed esigenze spettacolari; i contrasti sociali e nei singoli individui costituiscono un fertile terreno su cui innestare una fervida fantasia visiva e narrativa, una guida per non far allontanare l’immaginazione dalle reali condizioni umane.


CAST & CREDITS

(Il passato è una terra straniera); Regia: Daniele Vicari; sceneggiatura: Daniele Vicari, Massimo Gaudioso, Francesco Carofiglio, Gianrico Carofiglio; fotografia: Gherardo Gossi; montaggio: Marco Spoletini; interpreti: Elio Germano, Chiara Caselli, Michele Riondino, Valentina Lodovini, Daniela Poggi, Marco Baliani, Romina Carrisi Jr., Lorenza Indovina; produzione: Rai Cinema, Fandango, R&C. origine: Italia, 2008. durata: 120’


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