Incontro col pubblico: Steven Berkoff

Steven Berkoff, In occasione delle sue date romane, lo scorso 23 gennaio, ha incontrato il pubblico nel foyer del teatro Argentina. L’incontro, moderato da Giuseppe Manfridi, non è stato soltanto una presentazione di ‘One man’, lo spettacolo che Berkoff (sebbene con qualche modifica) porta in scena ormai da 15 anni, ma soprattutto un’occasione per conoscere un po’ meglio il regista-attore-drammaturgo londinese.
Innanzitutto gli è stato chiesto cosa pensa degli allestimenti delle sue opere realizzati, ormai, in tutto il mondo:
‘Non sono possessivo. Ognuno ha il suo modo di interpretare. A volte posso trarre beneficio da altre interpretazioni. Alcune possono essere sbagliate. Ma alcuni mi fanno notare alcune cose della mia opera, una nuova prospettiva attraverso cui guardarle. L’unico problema sono le versioni troppo ‘glamour’, caricate’.
Poi, ancora, un accenno all’influenza dei classici nella sua produzione drammaturgia (come ad esempio in Greek):
‘Il fascino di Edipo, così come in generale dei classici, consiste nel fatto che tutti gli argomenti sono portati all’estremo. Come nei gangster movies (la saga de The Godfather o i film di Tarantino) o ai primi western a differenza di un teatro più piatto come può essere quello di un Cechov. Cerco di essere vicino ai greci nella scrittura. La tragedia che si squarcia mostrando le interiora’.
E, ancora la presenza del male nelle sue opere:
‘Non ho mai pensato al male come personaggio. I miei personaggi sono più eroici, più puri. Edipo (Eddie in Greek n.d.r.) è eroico, vuole cambiare il mondo. Vi è la sfinge che parla del male, che è poi il Thatcherismo. Ma la stessa Thatcher non è il male è, piuttosto, negativa. Il male è nelle ansie della gente. Le ansie sono il male, ma quando la gente le vede trasposte in scena ride. Tuttavia in un’altra mia opera c’è il diavolo ed ho anche realizzato uno spettacolo sui malvagi in Shakespeare’.
Per poi parlare della differenza tra un one man show (come One man, appunto) e il lavoro in compagnia:
‘One man è semplicemente un one man show. La compagnia è come una famiglia. Il gruppo crea un’energia. Nel teatro inglese sono davvero pochi i veri ensemble. Quando questo ensemble è insieme, sviluppa un potere via via sempre più forte. Il regista è la mente, ma non sempre ama il corpo, ne ha vergogna, lo odia, ne ha paura. Così si cambiano gli attori di anno in anno. Ma ci si ritrova deboli. Questo è il dilemma in teatro. Proprio come accade a Londra dove sono costretti a chiudere gli spettacoli perchè gli attori non sono in grado di imparare le battute. Lavorare da soli, tuttavia, è stimolante poiché dà la possibilità di esplorare’.
Riguardo il problema del passaggio dalla letteratura al teatro a proposito di Cuore Rivelatore, primo atto unico di One Man:
‘Poe è il più straordinario analista della mente umana, un anticipatore di Freud. Attirato dalle ossessioni, da quelli che oggi chiamiamo disturbi ossessivo-compulsivi. Tutti ne soffriamo anche se ci vergognamo ad ammetterlo. La storia, Cuore Rivelatore, è uno studio straordinario dei disturbi compulsivi. Si parte dalla terribile avversione per un particolare, lo sguardo. Attraverso questa storia si entra nel dettaglio di come questa persona gestisce l’ossessione. Alla fine l’omicidio, l’intervento della polizia e, infine, urlo. Questa storia ha molta rilevanza per via dell’ansia. Ansia che è senza fine, a meno che non si va dritti al nucleo per squarciarlo del tutto. Quello che provo a fare è ricreare l’ambiente, la casa, la stanza con l’immaginazione. Espando la storia riversandomi in essa. Rendere fisica la struttura, la stanza, la porta, la luce, vedere l’uomo, dare vita alla storia. E traggo estremo piacere nell’uccidere l’uomo. È un riversare gli istiniti omicidi in scena. Io mi diverto a uccidere in scena, a usare la sega. Per questo è una cosa buona portare il teatro nelle prigioni. Si avrebbero più teatro e meno crimini. Quanti di noi non hanno mai pensato di uccidere il vicino?’
E infine qualche considerazione su Dog, l’altro atto unico di cui Berkoff è autore:
‘Quello degli hooligans è ancora attuale come problema. Questa vuol essere una satira. Vivono per il calcio, lo stadio, la folla, il pub, la birra. Il protagonista è dunque un ‘english hero’ il cui miglior amico è il suo pitbull (working class hooligan dog). Dopo essere stato al pub con il suo cane per festeggiare il fatto che quest’ultimo avesse morso un bambino, in un secondo momento, allo stadio, nel processo di sbornia totale, il cane finisce in campo e per questo sarà l’hooligan sarà bandito dallo stadio. Cane e padrone diventano la stessa cosa. Ed io in scena ‘divento’ davvero il cane. Si inizia tirandolo per il guinzaglio, poi la lingua si allunga e le orecchie cambiano posizione. È una bestia grandiosa da interpretare, così bizzarra. Alla scuola parigina di Jean Lecoq per imparare a diventare ciò che si sta guardando andavamo allo zoo’.
