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Incontro con Marco Tullio Gordana

Pubblicato il 17 maggio 2005 da Edoardo Zaccagnini


Incontro con Marco Tullio Gordana

Dopo tre film sugli anni ‘70 Marco Tullio Giordana torna con un film sull’Italia di oggi. Il regista di Quando sei nato non puoi più nasconderti, definisce quello tra Brescia e l’emigrazione un rapporto forte, vitale per la sopravvivenza dell’industria, ma ancora incapace di restituire un vero e proprio rapporto e incontro tra culture. “Questi immigrati servono alle nostre pensioni e in questo senso sono accettati ormai da tempo. Ma accettare o respingere non significa integrare”. “ Nel mio film - ha aggiunto il regista - c’è uno scambio, un dare e un avere reciproco, entrano in gioco elementi come la dignità e la sopravvivenza”. Abbiamo incontrato il regista in occasione della presentazione del film in concorso a Cannes.

Perché ha scelto lo sguardo di un bambino per raccontare questa storia?

Un bimbo ragiona senza ideologia, senza sociologia. Il protagonista del film assiste a una serie di eventi enormi e ha verso di questi un approccio esclusivamente emotivo. La principale divisione che egli fa è tra poveri e ricchi, e non tra italiani ed extracomunitari. Anche il mio film si comporta in questo modo: è un racconto e non vuole spiegare né cercare soluzioni a fatti di questa portata. In questo senso trovo eccessivamente ambiziosi quei film che pretendono di spiegare.

Forse per questo il film ha un finale aperto?

Il finale del film non è quello previsto dalla sceneggiatura. Là era molto più duro: Alina (la bimba) aveva una strana colluttazione con Radu e finiva per ucciderlo. Successivamente abbiamo riflettuto sul fatto che questo finale non riusciva a soddisfarci. Chiudeva il film in maniera troppo impeccabile, quasi teologica. Rendeva la storia troppo estrema e perciò meno paradigmatica di quanto noi volessimo. Ci saremmo avvicinati al noir ma avremmo detto poco sull’incontro. Col finale che abbiamo poi montato con Roberto Missiroli, abbiamo voluto lasciare una speranza maggiore. Tutto ciò che avviene è dentro i personaggi: Alina trova prima la forza per toccare Sandro e poi per fuggire insieme a lui. Il vecchio finale non abbiamo neppure provato a montarlo.

Il finale ricorda quello del libro da cui il film è tratto?

Il libro di Maria Pace Ottieri, da cui il film è tratto, non è un romanzo ma un reportage su uno dei tanti viaggi della speranza o della disperazione, tra le coste del Nord Africa e Gorizia. Dentro uno solo di questi viaggi ci sono tante storie diverse tra loro e ognuna è un racconto epico e antico: l’emigrazione è l’epica dei nostri giorni. Quando sei nato non puoi più nasconderti, tradotto in italiano, era il nome di uno dei partecipanti a quel viaggio. Tuttavia il film racconta una storia romanzesca e si allontana dal libro pur essendone stato fortemente influenzato. Ho voluto fare un film che parlasse del rapporto che noi abbiamo con loro e non un film su di loro. A quello debbono pensare loro, e da ciò che posso vedere lo stanno facendo.

Tornando al protagonista e al suo romanzo di formazione. Ci sono dei segnali che in qualche modo preannunciano il cambiamento: l’incontro col barbone e quello con la prostituta.

Sandro è un bambino molto sensibile ma anche molto normale. Non ha una trasformazione netta ma un percorso continuo che lo porta progressivamente a scoprire il mondo e se stesso. E’ curioso e cerca di esprimere questa sua curiosità anche attraverso il dialogo con i suoi genitori, dei quali si fida e ai quali crede anche se poi non riesce a ottenere risposte soddisfacenti. Quando chiede al padre se è mai stato con una prostituta, ad esempio, sta facendo una domanda sulle donne, ma il babbo, come tutti gli adulti, perde l’occasione di raccontare qualcosa di vero sulla sua vita e preferisce fuggire dall’argomento.

L’argomento che lei ha toccato è pericoloso perché rischia di sfiorare la retorica?

Il retore, o vecchio trombone, non mi piace. Nel cinema poi è una figura assolutamente imperdonabile. Di questi tempi la retorica gronda da tutte le parti ed è un modo per nascondere, per non dire. Io sono partito da una ricognizione su questo mondo che fosse il più possibile esatta: ho cercato la conoscenza. Attraverso le varie figure ho cercato di dire qualcosa che non fosse né semplicistico né retorico. Poi trovare il significato del film è un compito che spetta allo spettatore. Io mi sento molto attento alle storie e cerco di non giudicare i miei personaggi perché non mi sento superiore a loro. Certo, parlo delle realtà che amo, che mi sono a cuore, altrimenti sarebbero irrappresentabili.

Cosa pensa dei centri di accoglienza?

Che sono dei posti orribili, delle prigioni, ed è impossibile parlare di una prigione che funzioni bene. Le stesse persone che lavorano là non possono stare bene.

I due scafisti ricordano due pirati usciti da un romanzo di Stevenson.

Accolgo con favore questa considerazione perché l’approccio che Sandro ha con queste scoperte oscilla tra il drammatico e l’avventuroso. In questo modo, riesce a mantenere una sorta di purezza e di innocenza nello sguardo. E’ affascinato e al tempo stesso deluso da queste figure e non posso dire di non aver pensato a grandi romanzi come L’isola del tesoro di Stevenson o Capitani coraggiosi di Kipling. Aggiungo l’influenza che hanno esercitato su di me i film avventurosi in technicolor che vedevo da bambino.

C’è anche una citazione esplicita di Lezioni di Piano.

Questa considerazione mi porta a parlare del realismo che il film ricerca e che ho voluto rafforzare chiedendo di girare in mare aperto le scene della caduta in acqua del bambino. E’ un realismo insopportabile, 13 minuti in cui un genitore soffre come un cane. Non sono riuscito neppure a montare quelle sequenze. Ho lasciato fare al mio montatore che non ha figli. Lui ha scelto la musica di Lezioni di piano e io l’ho trovata da subito perfetta: permette allo sprofondamento di superare il realismo e di creare un coinvolgimento fortissimo. Non ho saputo né voluto toccare nulla.

[maggio 2005]


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