Incontro con Michael Mann

In occasione dell’uscita nelle sale di Nemico Pubblico, il regista Michael Mann è giunto a Roma per incontrare la stampa. Assente l’atteso Johnny Depp, di cui il cineasta ha parlato a lungo, sottolineandone le innegabili doti di attore.
Come mai ha scelto proprio un personaggio storico come John Dillinger?
Ero molto interessato ad indagare su un personaggio come Dilliger e soprattutto ero interessato a far immergere gli spettatori nella sua vita, come se si sperimentasse una parte della sua esistenza, ed ero inoltre molto curioso di vedere Johnny Depp alle prese con un personaggio del genere.
Come si è sviluppato questo film? Come si è sviluppata la lavorazione?
Mi piace molto girare film in costume, e la prima cosa che mi domando come possiamo trasportare il pubblico in quel giorno e in quell’anno in cui si svolgono esattamente gli eventi? Come è essere vivi in quel momento preciso? La mia aspirazione è cercare di essere reale, specifico e dettagliato. Volevo, insomma, riportare tutti nel 1934 con le macchine, le luci della strada tutto come era a quei tempi. Ma anche domandandomi, come potevano pensare le persone all’epoca? Sarebbe presuntuoso mostrare un personaggio di allora che ragioni nei termini di un uomo d’oggi. Mi interessava molto approfondire la psicologia di questi uomini, loro per esempio progettavano le rapine come delle operazioni militari ma non avevano alcun ‘senso del futuro’ non avevano un’idea di futuro, vivevano il loro presente con una con una consapevolezza tale da essere certi che il loro tempo prima o poi sarebbe scaduto. Io sono cresciuto nelle zona dove si svolgono gli accadimenti del film, e già negli anni settanta ero interessato agli eventi avvenuti difronte al cinema Biograf, mi ricordo che passandoci davanti con mio padre lui mi raccontava che quello era il luogo dove era stato ucciso il ‘famoso rapinatore’. Sono convinto che i luoghi hanno un’anima, nella pensione Little Bohemian abbiamo scovato il letto dove ha dormito Dillinger, e quando siamo andati con Johnny Depp questo luogo creò un’emozione forte in noi, tutto ciò fa parte del processo di immersione nel personaggio. Così Johnny Depp diventava il personaggio grazie anche a tutti questi dettagli che si aggiungevano e l’aiutavano a capire meglio John Dillinger. E’ affascinante che nell’ultima scena Johnny guardasse la stessa strada e la stessa via che vide Dillinger prima di morire.
Guardando il film ho avuto l’impressione di vedere una specie di western crepuscolare una sorta di storia che mettesse in scena un momento di passaggio da una civiltà arretrata ad una più moderna.
Io non sono interessato ai ‘generi’ o al lavoro su una leggenda, io ho provato ad evocare una vita. Il punto che lei ha sollevato non è alternativo però alla mia visione, è tutto parte di una stessa immagine. A me affascinava molto il contesto in cui si muoveva John Dillinger, che era anche un momento di cambiamento, momento in cui figure come J. Edgar Hoover stavano riorganizzando la polizia federale statunitense, cosa che avveniva anche in Russia per esempio. E la polizia iniziava ad adoperare nuove tecnologie, come il cinema, per divulgare informazioni. Tutto questo era un segno dei tempi. Questa però non è la storia ma soltanto il contesto in cui si svolsero gli eventi narrati nel film.
Straordinario è il modo in cui lo spettatore è condotto all’interno di una guerra, questo grazie anche all’utilizzo del digitale, come ha lavorato su questo elemento? E la incuriosisce l’uso del 3D?
Si mi piacerebbe molto lavorare in 3D, immergere completamente un pubblico in uno stato di guerra crea sicuramente maggiore compartecipazione.
Io ero convinto di dover provare con il digitale, abbiamo fatto una test con i due sistemi, e se con la pellicola tutto sembrava riportare a quel periodo, con il digitale ci siamo accorti che si respirava un realismo e una veridicità superiore, che ci ha convinti ad andare avanti in questa direzione.
Questa è una storia che è stata raccontata già altre volte e in queste spesso si evidenziava nella Grande Depressione l’elemento centrale dell’analisi prospettica del film. Anche lei ha fatto questo film, connotandolo in quel preciso tempo, per raccontare metaforicamente il momento economico-sociale di oggi?
E’ stata una coincidenza sfortunata il fatto che persista oggi una crisi economica globale, non avevo previsto questi accadimenti. Spesso le persone si riferiscono ad una storia perché può esserci un rapporto concreto con la realtà del presente, ma non è il mio caso, io mi ero stato interessato agli anni ’30 per molto tempo, a come vivevano le persone in quel periodo e ai loro drammi quotidiani.
Osservando la sua filmografia spesso accade che i protagonisti dei sui film si prendano tempo per esprimere il loro sentimento interiore, guardando Nemico Pubblico sembra invece che lei abbia voluto svuotare il protagonista di questa interiorità di questo elemento emotivo?
Per me era importane rappresentare quello che il personaggio poteva pensare, come nella scena finale al cinema, quando guardava Clark Gable nel film Manhattan Melodrama, un attore che impersonava spesso ruoli negativi. E’ probabile, secondo me, che in un qualche modo lui rivedesse in questo attore un po’ di se stesso. Soprattutto nella battuta pronunciata da Gable : «...non pensare alla possibilità di vivere per sempre, bisogna morire come si è vissuti», Dillinger era consapevole che da lì a poco sarebbe morto? Io ho cercato di creare negli spettatori, attraverso questi elementi, un’idea sul protagonista e su cosa stesse pensando.
Inoltre, mi chiedo, si rende conto il protagonista che il suo tempo e quel modo di vivere è giunto a termine? E nel caso se rendesse conto perché il suo atteggiamento è sempre così determinato? Guardando il volto del protagonista nel finale si può scorgere una sorta di liberazione perché egli è giunto alla fine del suo percorso è questa la sensazione che volevo creare.
L’approccio al personaggio da lei dato è scevro di carichi psicologici, con un’intuizione molto moderna il dramma personale di John Dilliger risulta emergere semplicemente nello svolgimento della storia, in una nuova chiave di lettura di un personaggio negativo innovativa.
Il mio avvicinarmi alla storia è stato esattamente questo, immergermi nella vita di Dilliger e in tutte le sue contraddizioni. Tramite questa immediatezza ho potuto meglio raffigurare l’intensità del suo operato. Un esempio è proprio la prima scena quando Dillinger perde il suo amico, ci si rende immediatamente conto del peso emotivo di quest’evento. Ciò mostra qual’è il ‘mondo emotivo di John Dillinger’ senza appesantire però con elementi psicologici la narrazione. Questo avvenimento diventa emblema del suo carattere, per me è stato una specie di sfida, che spero di essere riuscito a vincere.
