Intervista a Claire Danes

Una lunga carriera, balzata agli onori delle cronache nel 1996, quando Baz Luhrmann la scelse, ancora sedicenne, per il ruolo di protagonista in Romeo + Giulietta. Da allora, Claire Danes, è cresciuta, lavorando al fianco di alcuni fra i più grandi registi contemporanei, da Oliver Stone a Francis Ford Coppola, da Thomas Vinterberg a Billie August. Oggi l’attrice newyorchese approda sui piccoli schermi televisivi con un importante prodotto HBO, nei panni di Temple Grandin, una giovane donna che lotta contro l’isolamento causato dall’autismo fino a diventare professoressa dell’università del Colorado.
Come ti sei avvicinata al personaggio di Temple Grandin?
Ho iniziato leggendo i suoi libri, Temple Grandin ne ha scritti diversi. E’ stata la prima persona a scrivere dell’autismo soffrendone. Proprio per questo nei suoi libri c’è una descrizione molto vivida e molto chiara dell’autismo, è stata una bellissima fonte per le mie ricerche. Mi sono documentata su molti libri sull’autismo e mi son fatta aiutare da una mia amica coreografa. Cone lei abbiamo incontrato delle ragazze che soffrono di autismo per elaborare un linguaggio fisico che rispecchiasse quanto più possibile come l’autismo si manifesta nel corpo. E’ stata una lunga preparazione. Prima di avere una dialogue coach ho voluto incontrare la vera Temple Grandin, a casa mia, a New York. Ero molto nervosa prima di incontrarla perché avevo fatto molte ricerche su di lei e avevo scoperto che era stata una vera pioniera. Avevo già una grande stima nei suoi confronti, anche se non avevo ancora idea di come l’avrei interpretata. Le ho fatto moltissime domande e lei è stata molto generosa e disponibile nel rispondermi. Alla fine dell’incontro mi ha addirittura dato un abbraccio e io so che questo gesto è stato difficilissimo per lei. Ecco, quello per me è stato il sigillo che aspettavo per darmi la sicurezza per interpretare il ruolo. Ho avuto poi una coach per la voce. Mi ha preparato un nastro con dei dialoghi, fra cui anche quelli che io avevo avuto con Temple, interviste e documentari su di lei, in modo che io potessi ascoltare continuamente la sua voce. Mi ero scaricata questa registrazione sull’Ipod e andavo in giro ascoltandola. Devo dire che è stato un ottimo strumento di lavoro perché ero arrivata ad un punto in cui sapevo come interpretarla fisicamente ma non avevo ancora ben chiaro come sarebbe stata la voce. Grazie a questo tipo di approccio invece son riuscita ad aggiungere anche questo tassello e il lavoro si è completato.
Cosa pensa di aver imparato da quest’esperienza e dalla vera Temple Gardin?
Sono stata molto toccata ed impressionata dal suo coraggio, così come sono stata ispirata dalla sua immaginazione, dalla sua capacità di trovare sempre nuove risorse. Lei è bravissima a risolvere i problemi, sia nella vita personale che nella scienza. Non si fatta mai incatenare dalle limitazioni dell’autismo, le ha sempre affrontate riuscendo ad avere un successo che definirei epico. Aspirerei ad avere le sue qualità ed a svilupparle quanto ha fatto lei, ma non credo che questo sia possibile perché lei è una donna unica, eccezionale.
Temple Grandin è un prodotto HBO, una rete famosa per le scelte coraggiose e per la sua attenzione alla sperimentazione. Quanto ha influito il network sulle vostre scelte e sul vostro lavoro?
Mi sono sentita soprattutto sostenuta dalla HBO. Non credo ci siano molte società che avrebbero finanziato e appoggiato questo progetto, non è una storia che attira le masse, ma HBO è sempre molto propensa ad affrontare temi difficili o coraggiosi. Devo dire che hanno lasciato molto spazio all’interpretazione e molta libertà di scelta, lasciandoci fare esattamente quello che volevamo, quello che avevamo deciso. Ho apprezzato davvero questo spazio ma ho anche apprezzato il sostegno che ci hanno garantito. E’ una società davvero strepitosa.
Nella sua carriera, già molto lunga, ha lavorato sia per il cinema che per la televisione. Dal suo punto di vista, nel lavoro sul set, quali sono le principali differenze fra queste due realtà?
La qualità di questo prodotto è altissima, molto più alta di altri progetti cinematografici a cui ho lavorato in passato. Così come mi son sentita molto più stimolata e affascinata da questo personaggio che da altri in film in cui son stata coinvolta. Certamente la nostra schedule era molto più densa qui che al cinema. Facevamo molte riprese in pochissimo tempo. Ma questa era una pressione che io, tutto sommato, ho apprezzato, perché non potevi permetterti di fare troppe storie. Non avevi mai il tempo per ruminare sulle cose. Quindi da questo punto di vista mi son trovata quasi meglio, diciamo che ero troppo occupata per fare problemi
E’ sempre interessante vedere una bella donna privarsi della propria bellezza per interpretare un ruolo. Come hai affrontato questa sfida?
Di fatto Temple Grandin da giovane aveva dei lineamenti molto belli, anche se non aveva interesse a rendersi più attraente da un punto di vista convenzionale. Comunque è vero, può fare un po’ paura privarsi totalmente della propria vanità. Devo però ammettere che da quando avevo vent’anni ho sempre recitato nel ruolo della ragazzina ingenua infatuata, personaggi limitati al semplice interesse per i ragazzi, e che quindi è stato un sollievo poter interpretare un personaggio così. Per quanto sia bello innamorarsi nella vita credo che ci siano anche altre esperienze e qui le ho potute affrontare.
Il tuo primo successo è stato Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann...
E’ stata un’esperienza meravigliosa, ero giovanissima, avevo sedici anni. Abbiamo girato a Mexico City che è un luogo abbastanza magico di per se, perché ricchissimo culturalmente. E poi ho avuto la fortuna di lavorare con Baz, un regista così visionario, innovativo, con un punto di vista così particolare sulla storia. Sul set sapevamo tutti che stavamo facendo qualcosa di molto speciale.
Sei rimasta in contatto con Leonardo Di Caprio?
Non posso dire che sia uno dei miei migliori amici, ma ogni tanto ci vediamo. L’ho incontrato di recente in un parcheggio a Los Angeles e lui mi ha presentato ad un suo amico dicendo, questa è una delle mie più vecchie amiche e devo dire che mi son sentita un po’ vecchia...
Cos’hai pensato quando hai letto per la prima volta la sceneggiatura di Romeo + Giulietta?
Ho pensato che fosse una sceneggiatura assolutamente fresca e innovativa. Mi piaceva l’idea che lui volesse condividere Shakespeare con tutti, renderlo popolare. Popolare, in senso di pop, moderno, perché Shakespeare è sempre stato, di per se, popolare, anche commerciale direi. Il linguaggio però era molto antiquato e invece Baz sapeva che i giovani avrebbero potuto apprezzare un’opera così, soprattutto se resa come ha fatto lui.
Nella tua già lunga carriera hai dato anche la voce al personaggio di San, nella Principessa Mononoke. Come ti sei trovata?
E’ stato molto difficile da fare perché l’animazione era modellata su degli attori giapponesi e quindi dovevamo riuscire ad infilare delle parole americane in un labiale animato in un’altra lingua. Una lingua molto diversa. Una volta ero all’Hotel de Russie e il portiere mi ha fermato dicendomi, “Claire Danes, sa che mia moglie è l’attrice che le da la voce in tutti i suoi film”. E’ una cosa che mi ha sorpresa e divertita.
Come ti sei trovata a lavorare con due registi molto diversi come Thomas Vinterberg, ne Le forze del destino, e Andrew Lau, in Identikit di un delitto?
E’ stato un vero onore poter lavorare con loro. Apprezzavo i film di Vinterberg da prima di avere l’occasione di lavorare con lui, in particolare Festen. Un film meraviglioso e, a suo modo, di grande intrattenimento. Così come avevo ammirato Infernal Affair, un film completamente diverso, ma altrettanto bello. Son due registi molto distanti fra loro ma accomunati da una grande passione per il cinema e da un grande entusiasmo. Entrambi poi hanno un modo di approcciare a questo lavoro molto creativo, ed è sempre un piacere confrontarsi con persone così. E poi va considerato che sono registi che vengono da mondi e culture molto diverse fra loro e anche questa è una grande occasione che ho potuto cogliere.
Guardando al passato con gli occhi di attrice matura come valuti le tue prime esperienze?
Sono stata molto fortunata perché le prime cose grandi che ho fatto son state molto importanti. Come tutti ho cominciato con cose molto più piccole per un anno o due, un episodio di Law & Order, un pilot che non è mai stato realizzato, una piccola parte in un tv movie. Poi mi son capitate le occasioni grosse e son stata davvero benedetta, sarà stata la tipica fortuna del principiante. Guardandomi ora spero di avere colte nel miglior modo e che da queste ne capitino sempre di nuove.
Fra i tanti personaggi che hai interpretato qual è quello che senti più vicino a te?
Sicuramente Temple Grandin è il personaggio più distante da me fra quelli che ho interpretato, ma è anche quello che mi ha più toccato nel profondo. Il motivo per cui adoro recitare è che ho l’opportunità di immaginare cosa vuol dire esser qualcun’altro. Mi incoraggia tanto scoprire che, a volte, le persone che sembrano così lontane, così diverse poi alla fine non sono così differenti da come siamo noi. E’ una cosa che mi da quasi sollievo. Devo dire che comunque son affezionata a tutti i miei personaggi perché per interpretarli bene dovevo per forza innamorarmi di loro. Fra i miei personaggi mi son piaciuti molto in My so called life, in Brokedown palace, Giulietta per le parole che ho avuto l’occasione di dire, Pigmalione, un’esperienza eccezionale. Ma comunque devo davvero dire che li ho amati tutti.

NELLA STESSA RUBRICA
-
INTERVISTA AL DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA GHERARDO GOSSI
-
Cinema e fotografia: intervista a Luca Severi e Giovanni Labadessa
-
L’Alligatore - intervista a Thomas Trabacchi, il perfetto Beniamino Rossini
-
Intervista a Roberta Gasparetti protagonista di "Io sono Medea"
-
Intervista a Marco Bellocchio - Il traditore
TUTTI GLI ARTICOLI
