Intervista a Daniele Timpano

Le strade di Close-Up e Daniele Timpano si erano già incrociate qualche tempo fa. Erano le None di marzo, e l’autore-attore-regista ri-presentava al Rialtosantambrogio di Roma il suo bel Caccia ’L Drago. In seguito lo rivedemmo come ospite fisso alla rassegna Uovo Critico, da noi interamente seguita nella sua lunga ed interessante cavalcata -non ancora conclusa. Oggi lo ritroviamo tra gli organizzatori della rassegna Ubu Fuori Porta, che si terrà a Marino, in provincia di Roma, dall’1 al 6 luglio. L’interessante dialogo che ne segue ci restituisce al meglio l’importanza, la vitalità e la cifra più esatta di un modo di fare teatro, anzi, di portare avanti il fatto artistico, che ha nel teatro indipendente/di ricerca, sempre e comunque abusivo, alterità rispetto ai fortificati "circuiti ufficiali", la sua intima ragion d’essere.
Genealogia di una rassegna: nel 2003 tutto inizia con Ubu Cheese, poi cinque edizioni di Ubu Settete e, adesso, dall’1 al 6 luglio, Ubu Fuori Porta.
Un’evoluzione non solo in termini linguistici ma anche, e sopratutto, per quanto riguarda numeri, visibilità, importanza della rassegna.
C’è stata anche un’ulteriore tappa: Ubu in giardino, nel 2006. Era una rassegna con sede sempre ai Castelli Romani, più piccola rispetto ad Ubu Settete ed un po’ meno “compatta” rispetto ad Ubu Fuori Porta -ed in realtà questa ultima sarebbe una sorta di Ubu in giardino 2. La “compattezza” di questa edizione riguarda soprattutto una ricercata visibilità per la zona dei Castelli Romani. Essere maggiormente presenti a Marino come nel resto del territorio, cercando di coinvolgere la gente del luogo ancor più dell’edizione di due anni fa di Ubu in giardino. Rispetto ad Ubu Settete –rassegna nazionale del tutto auto-finanziata ed auto-organizzata- ciò che andiamo a fare a Marino ha ricevuto dei finanziamenti istituzionali ed, essenzialmente, vede la presenza del nucleo storico degli organizzatori di Ubu Settete. L’accento viene quindi posto non tanto sulla fase organizzativa o sulla direzione artistica, ma quanto sul portare in un territorio “vergine” –che poi così vergine non lo è totalmente- degli spettacoli da noi ritenuti validi, che a volte sono stati già visti a Roma o nel resto d’Italia. Portiamo un pezzo della scena romana fuori dalla città.
Alla luce dei cambiamenti di natura artistica, sociale, politica, che intercorrono tra la prima edizione e la fiera che si terrà a Marino, si può asserire che anche Ubu Fuori Porta riproponga quell’ “arte sociale”, quell’ “alterità”, che sono state le cifre distintive delle passate edizioni di Ubu Settete, oppure si tratta di un evento indipendente, ma sempre ed indissolubilmente legato alla “rassegna madre”?
Il sottotitolo di Ubu Settete recita “Fiera di alterità teatrali”, mentre quello di Ubu Fuori Porta “Sagra di alterità teatrali”. Il passaggio da fiera a sagra è in linea di continuità. La definizione di sagra fa il verso alle sagre che si tengono ogni anno in paese, ed è anche un riferimento alla “gita fuori porta” –il tutto serve anche linguisticamente a distinguerla da Ubu Settete. L’alterità teatrale di cui parliamo si affianca al termine “abusivo”, l’altra parola cardine con cui auto-definimmo la scena romana sulla fanzine Ubu Settete. Più che indicare precise sfere artistiche o linguistiche, definisce una situazione sociale, economica, in cui sono immerse le compagnie romane e non, come ci ha fatto ben capire la prospettiva nazionale ricevuta da Ubu Settete. Parliamo di artisti che stanno al limite tra professionalità e “buona volontà”. Ma questa liminarità non riguarda solo la scena romana ma tutto il cosiddetto teatro di ricerca.
La domanda precedente è strettamente legata a quanto detto da te, Marco Andreoli e Fabio Massimo Franceschelli, in un’intervista realizzata poco dopo l’edizione dello scorso anno. Lì ponevate l’accento sul fatto che la fiera teatrale da voi organizzata trovava la sua intrinseca natura nell’auto-finanziamento, nella mostrazione del sommerso, nella creazione di una rete romana e, perché no?, nazionale. Andreoli concludeva annunciando che <<Il futuro di Ubu Settete è fuori da Ubu Settete>> e tu addirittura auspicavi una rinascita –partendo proprio dal riconosciuto successo dell’edizione 2007- per non arrivare all’estinzione. Penso che al di là dei partner istituzionali presenti a questa rassegna, nessun compromesso sia stato raggiunto e che Ubu Settete sia, ancora una volta, Ubu Settete.
Ci troviamo però ad una via di mezzo. L’edizione di Ubu Settete di questo anno è attualmente in stand-by, proprio per le ragioni di cui parlavamo al termine della scorsa rassegna. Le dimensioni potenziali ed effettive raggiunte da Ubu Settete nel 2007 ci pongono dei problemi anche di natura etica. Non ci sentiamo di chiedere alle compagnie o ai singoli artisti di affrontare magari un lungo viaggio solo per un briciolo di visibilità –o, peggio, per la gloria!. Lo scorso anno si è raggiunto, oggettivamente, l’apice di quello che si può fare in regime di auto-produzione e di emarginazione rispetto ai “circuiti ufficiali”. Il fatto che oltre centocinquanta compagnie abbiano mandato del materiale per partecipare ad una rassegna del tutto auto-organizzata ed auto-finanziata, è altamente indicativo di una situazione generale poco buona. E la rassegna non poteva offrire nulla poiché gli organizzatori facevano parte di questo pezzo di realtà teatrale. Avere un finanziamento per quanto piccolo da parte delle istituzioni significa nuove dinamiche per quanto riguarda visibilità, spazi e via dicendo, e comunque implica che l’evento non è più il segnale di questa emergenza ma piuttosto un momento spettacolare frutto, finalmente, di un dialogo con il “sistema teatrale”. Ubu Fuori Porta, per tutte queste cose, non è un’incoerenza rispetto ad Ubu Settete.
Quello che emerge da tutto ciò, dagli anni di storia e di centralità all’interno della scena romana, è un forte senso di identità, di rivendicazione di un modo di fare teatro, di consapevolezza, in ultimo, di un percorso personale e collettivo che fa di Ubu Settete il nucleo per eccellenza di un intero mondo artistico –ancora più, a mio modesto avviso, di eventi come Teatri di Vetro.
E sono questi i motivi che ci hanno spinto a ritrovarci in un consorzio teatrale: il riconoscere delle difficoltà comuni a livello economico e di visibilità; l’approfondimento dei diversi linguaggi scenici; il sapere cosa stava succedendo nel resto della città. Eravamo in cerca di un dialogo artistico e umano allo stesso tempo. E il tutto si ricollega al discorso dell’identità, della consapevolezza comune.
Le costole fondanti di Ubu Settete, sia Amnesia Vivace che Ubu Settete –questo ultimo almeno fino al recente passato-, affiancano al momento spettacolare della fiera e all’attività artistica, delle pubblicazioni on-line e cartacee che spaziano dal teatro alla filosofia, dal cinema alla politica, dal saggio alla prosa. Quanto è importante per il vostro fare teatro questa natura letteraria, giornalistica, autoriale, editoriale?
E’importante, molto importante. Ubu Settete fanzine è nato per colmare quella carenza di dialogo tra compagnie ed artisti, quell’assenza di visibilità di cui parlavamo prima. La sua forze stava nel fatto che non era una cosa elitaria ed era a diffusione gratuita –e in ciò, naturalmente, era anche la sua debolezza, visti i continui problemi di natura economica. Amnesia Vivace da subito è stata una cosa diversa. Fin dall’inizio ha abbracciato molti argomenti differenti, tanto che oggi la parte dedicata al teatro è sempre meno centrale. Per noi che ci scriviamo è molto importante questo fatto: dimostra che il teatro fa parte di una sfera molto più grande, è in relazione con tutto e lo relazioniamo con tutto. Personalmente ritengo che ci siano cose più importante del pensiero artistico strettamente teatrale.
Gli artisti e le compagnie presenti a Ubu Fuori Porta sono nomi ricorrenti nella storia della rassegna: Teatro Forsennato, Kataklisma, Teatro Ateo –oltre, naturalmente, ai “consociati” Labit, OlivieriRavelli, Circo Bordeaux e Amnesia Vivace. Un percorso comune che va oltre il consorzio Ubu Settete per divenire sintonia artistica, personale.
Sintonia personale senz’altro. A livello umano c’è un grande rispetto tra di noi –senza di questo non continueremmo o non avremmo mai iniziato a dialogare tra noi. Sintonia di linguaggi no, questo no. Forse solo nei modi di pensare c’è un qualche legame.
La fiera è “rete” teatrale che nel corso degli anni ha visto la presenza di nomi poi saliti alla ribalta quali Babilonia Teatri, Pathosformel, Gloriababbi Teatro e l’antecedente dei Muta Imago, Index Muta Imago. Una “rete” fitta, in continua espansione e con molti artisti ora conosciuti anche a livello nazionale, a dispetto di una rassegna nata come collettivo artistico formato da più compagnie e totalmente autofinanziato.
E molte di queste compagnie erano presenti all’ultima edizione di Ubu Settete. Il dato più importante è, nonostante il modo in cui è strutturata la rassegna –auto-organizzazione ed auto-finanziamento- la presenza di compagnie ed artisti già abbastanza rinomati o con un minimo di visibilità anche a livello nazionale. La “rete” ha permesso non solo lo scambio intellettuale, umano, ma ha anche aiutato molti di noi dal punto di vista organizzativo, produttivo: molti sono arrivati a conoscere il Rialtosantambrogio, a scambiarsi le sale prove, a scambiarsi gli attori... E tutto ciò lo stiamo portando a Marino con Ubu Fuori Porta.
Web Info: Daniele Timpano, Ubu Settete, Amnesia Vivace

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