Intervista a Renzo Martinelli

La festa per il compleanno del capo delle SS, Heinrich Himmler, si è appena conclusa. Impauriti, con i ricordi e i colori smorti che si accalcano nella nostra mente, usciamo dalla sala della rappresentazione (?) e qui incontriamo il regista di questa terrificante ricorrenza, Renzo Martinelli.
Motociclista convertito a regista -per usare le parole di Oliviero Ponte di Pino-, formazione al Leoncavallo, cresciuto ad arti visive e musica, Renzo Martinelli con il suo Teatro i di Milano rappresenta un punto di snodo fondamentale per poetiche, autori, compagnie, fautori di quella "contemporaneità" del qui e dell’adesso, dello scontro e della ricerca, dell’ossessione e della rinascita.
Nel 1996 c’è la nascita di Teatro Aperto, fondato insieme a Federica Fracasso, che oggi è Teatro i. Dopo più di una decade di lavoro quali sono i punti focali raggiunti da Teatro i in ambito drammaturgico, performativo, di rapporto con il territorio?
Teatro i, compagnia di produzione nata come Teatro Aperto, si lega ad uno spazio che ci è stato dato in gestione a Milano: rimanendo compagnia di gestione facciamo dell’ospitalità, gestiamo questo luogo, difendiamo questo luogo.
Abbiamo sempre lavorato sulla drammaturgia. O autocomposta, o con altri autori. “Contemporaneo” per me vuol dire lavorare “contemporaneamente” con l’autore. Adesso, ad esempio, stiamo lavorando con Letizia Russo, una giovane autrice romana con una poetica molto interessante.
Bernhard è un caso particolare: è morto, ma è molto vicino a noi. Ha una scrittura molto musicale, molto ritmica –al di là del senso. E poi ci permetteva di fare un lavoro –con Prima della pensione- molto particolare. C’è la lingua, la parabola evolutiva, la vicenda –un escamotage geniale: parlare del nazismo attraverso la ricorrenza del compleanno di uno dei suoi maggiori ideatori e propugnatori, Himmler- , la figura della sordo-muta. Un lavoro che si articola quindi sulla lingua, la drammaturgia, e, tramite l’esperienza di Teatro Aperto, l’estetico, il visivo.
Teatro i porta avanti, infatti, un lungo e prolifico discorso con la contemporaneità nelle sue varie articolazioni artistiche: drammaturgia (Sarah Kane, Fausto Paravidino, tra poco Letizia Russo); produzioni musicali; performances; la collaborazione con il Leoncavallo; iScripta; “Il giornale a teatro”. Insomma, uno spazio autonomo e fecondo. Ma cosa è che qualifica uno “spazio” come autonomo? Un discorso politico, artistico, o semplicemente economico? E quale è –se c’è- il rapporto con i teatri “ufficiali”, patria del rigore e della tradizione?
Si che è politico, che cosa non è politico? Non è partitico, ma è politico. Perché il teatro è di per se politico, e lo diventa ancor di più in una città come Milano. Luoghi come il Piccolo per me sono dei valori aggiunti alla città. A Milano è una fortuna avere questi “grossi” stabili –il Piccolo, la Scala. L’importante, però, è pungere. Teatro i, da questo punto di vista, è una “punta di spillo”.
La nostra ossessione artistica, al di là delle economie –che tanto non esistono-, ci spinge verso una direzione non contemplata nel panorama teatrale italiano: una tensione, una grossa antenna che capti le relazioni europee e ci metta in rapporto con autori innovativi, contemporanei.
iScripta vuol appunto far vedere cosa sta accadendo in Europa. Il teatro non è mummificato, ci sono degli autori che scrivono, che sono attivi, vivi. iScripta fa “sentire” questi autori. Il pubblico ha bisogno di queste cose.
Gli enti, le istituzioni, devono capire che esistono delle realtà eccellenti, piccole, ma che sono attive, vive. Di nuovo un lavoro politico, etico, poetico, culturale. E’ qualcosa di estremamente importante. E la reazione del pubblico è molto positiva. Ci mettiamo dentro tutta la nostra ossessione artistica e spesso gli “abbonati” del Piccolo vengono a vedere i Motus, opere di Martin Crimp, ed è una soddisfazione.
Una “punta di spillo”, ma che punge.
La scelta di un autore come Thomas Bernhard appare quindi legata a doppio filo con i moti, i flussi e i riflussi artistici di Teatro i tutto.
E’ stata una giusta conseguenza. Avevamo esaurito una collaborazione con Antonio Moresco e “indagavamo” tra vari materiali. C’ erano stati dei contatti preliminari con Letizia Russo, ma ancora non era maturato nulla. Avevamo iniziato a lavorare su Amras, come se ci fosse una drammaturgia nascosta nella forma-romanzo. Amavo forse di più la letteratura di Bernhard. Poi incappai in Prima della pensione. C’era subito un’intuizione, una sfida: come rendere attuale il testo senza stravolgerlo –essendo noi molto filologici nella trasposizione di un testo.
La prima cosa “forte” che balenò è questo teatro borghese, con degli attori fuori parte, non in età, come se tutto fosse congelato. Se in Beckett c’è un esterno assente, in Bernhard è un esterno immobile, freddo –è un’immagine tra la nebbia, un’immagine che riguarda molto i giorni nostri.
Figura umana ed autoriale di altissimo valore etico ed artistico, Bernhard ha attraversato ogni miseria umana con la stessa fame di vita, con lo stesso respiro, ammalato e pulsante. La sua arte era la sua vita. Ma la domanda è: ne valeva la pena?
Si, assolutamente. C’è una frase che viene detta nello spettacolo: <<Quante cose si possono fare ad occhi chiusi?>>. Tutto diventa necessario, importante. Il rapporto con la critica, con l’Austria: è organico quello che scriveva e faceva Bernhard. Immagino fosse un essere “antipatico”, però senza nessuna connotazione negativa: solo un uomo con la fragilità e la debolezza della sua arte. Arte che ci parla ancora in modo così forte.
Indirizzi teorico/performativi da attuare, praticare, in questo momento particolare per il teatro.
Il contemporaneo di cui parlavo prima. Contemporaneo è ormai diventata una parola vuota, ma per me significa, individua quello che stai facendo ora e qui. Il teatro non può essere mummificato, chiuso. Deve ritornare a prendersi delle responsabilità. Ci sono autori, fermenti in atto. Il “teatro” come edificio non esiste. Il teatro è dentro, quello accade in noi, è immaginazione, follia.
Indirizzi metropolitani in cui seguire, mappare, anche scontrarsi, con la nuova realtà teatrale.
Forte Prenestino, Rialto Santambrogio, l’Inca a Bologna, Crisalide, le rassegne al Leoncavallo. Esistono dei percorsi “freschi”, contemporanei. Vedo una forte vitalità da parte degli artisti e anche del pubblico. Il problema è non lasciare questi spazi ad una lenta agonia.
Web Info: Teatro i

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