Intervista ai Manetti Bros

Autori di talento, prima che autori di genere, i fratelli Marco e Antonio Manetti sono tornati in sala a pochi mesi da L’arrivo di Wang, loro terzo film da registi, con Paura 3d, nelle sale italiane dalla metà di Giugno. Abbiamo deciso di incontrarli per parlare un po’ del loro lavoro, di questo loro modo di fare un cinema indipendente per davvero! Siamo andati a trovarli nel loro quartier generale, e proprio da li siamo partiti, dalla loro convinzione che per lavorare in libertà sia necessario prescindere da interventi statali.
Marco: E’ un discorso un po’ complicato e per noi molto importante. Rientra nella nostra impostazione del lavoro. Noi pensiamo che il finanziamento statale, per come si è svolto in Italia, sia una delle cause principali della condizione, per nulla idilliaca, del cinema italiano. Sia dal punto di vista produttivo che da quello dei contenuti. Il problema è che per tanti anni, i film, in Italia, sono stati prodotti quasi esclusivamente attraverso il finanziamento statale, e questa è una censura, perché se lo Stato decide in partenza di non finanziarti un film, di censura si tratta, in una forma anche più forte rispetto al blocco di un film già esistente. Nella dicitura c’è già la radice del problema: “film di interesse culturale nazionale”. Si riflette tanto su quanto lo stato investe, quando secondo noi il problema è il modo in cui lo stato investe. Perché si investe sulla base di sceneggiature, attraverso una commissione che decide quali sceneggiature sono giuste e quali non lo sono. Ecco, secondo noi questo ha ucciso un certo cinema italiano, in un paese come l’Italia dove i produttori sono spariti e sono rimasti solo per lavorare in questo modo.
Antonio: Il cinema di genere è scomparso perché lo stato tende a non finanziare certi film, penso a un horror estremo, ad esempio. Noi ci auguriamo che lo stato sia meno presente nel cinema rispetto a quanto lo è oggi, e in generale, si è fatto e si è parlato di un cinema indipendente italiano per anni che poi tanto indipendente non era.
Quando riescono a nascere, certi film, è difficile vederli. E qui vengo a L’arrivo di Wang. passato a Venezia e per altri festival con successo. Venduto a Berlino e in uscita persino in Inghilterra. Però per vederlo, in una città come Roma, è stato necessario andarselo a cercare, col lanternino, cogliere un attimo parecchio fuggente. Perché un film così non è stato sostenuto? Eppure non è un film “difficile” per lo spettatore medio, è fitto di dialoghi e crea una buona tensione. Qual è il problema?
Marco: Il problema c’è e non ho la soluzione. Credo che L’arrivo di Wang sia un film per tutti, non è noioso, non è pesante, non è un film d’autore in un certo senso del termine. E’ solo un film un po’ complicato da marketizzare. E’ vero altresì che ci sarebbe un pubblico pronto ad apprezzarlo, lo abbiamo incontrato andando all’estero, nei festival e non solo, ma a quel pubblico non è stata comunicata l’esistenza del film. Sarebbe necessario un lungo lavoro che le distribuzioni italiane non hanno tempo né voglia di fare. Faccio un esempio, L’arrivo di Wang uscirà ad Agosto nel Regno Unito, dove qualche tempo fa è stato distribuito Prometheus di Ridley Scott. Gli inglesi hanno pensato di associare a quel film un lancio di Wang, ed hanno fatto un trailer legato proprio a Prometheus. Non il trailer finale del film, ma un altro per iniziare a parlare e a far parlare del film. Si cercano i punti in comune tra i due film, tipo il modo in cui entrambi parlano di alieni e via dicendo. Tutto questo in Italia non si fa. Il problema non è solo che le distribuzioni spendono poco, è anche che non mettono molta creatività nel loro lavoro.
Antonio: Il problema principale è che non diamo possibilità al nostro pubblico di trovare cose diverse da quelle che è abituato a vedere. Sono le distribuzioni per prime a non credere molto ai film che hanno, per una sorta di autolesionismo.
Marco: Qualcuno ha detto che la fantascienza non piace al pubblico italiano, qualcun altro ha detto che al pubblico piace solo la fantascienza in stile La guerra dei mondi, poi si dice che per un certo tipo di prodotto il pubblico non si fida del made in Italy. Forse queste sono altre ragioni, e la storia ci insegna che in fondo è sempre stato così, anche nei momenti più floridi del nostro cinema di genere, ricordiamoci che Antonio Margheriti doveva firmare Anthony Dawson.
E’ un discorso legato solo al cinema, secondo voi?
Marco: E’ chiaro che In Italia c’è una crisi culturale precedente a quella economica, e che non ci ricordiamo più di cos’è il cinema. E’ tutto molto meccanico, molto schematico, annoiato. Noi recentemente abbiamo girato un film horror (Paura 3d) e un film di fantascienza (L’arrivo di Wang). La prima domanda del 70% dei giornalisti che abbiamo incontrato è stata: “Perchè un film di fantascienza? Perché un film horror?” Ma che domanda è? Un film è una storia, non è un genere. Questo per dire che ognuno fa il proprio compitino senza nutrirsi di cinema con passione vera. In Italia ci sono cinefili che sono contro il 3d! Ma si può essere contro il 3d? E’ come essere contro il suono o contro gli attori biondi. Il 3d non è un’idea politica, è uno strumento del cinema. Ognuno è prigioniero del suo ruolo, e dispiace dire che all’estero il discorso è diverso.
Arriviamo ai contenuti, vedendo i vostri film si apprezzano molto i dialoghi..
Marco: me ne occupo io in fase di scrittura, cercando di stare sempre molto attento a metterci dentro la vita. A riempirli di modulazioni e di cose prese dal reale. Però, facendo noi un cinema di genere, troverai un rapporto tra la naturalezza del quotidiano e i ritmi imposti dalle leggi di un certo modo di intendere il cinema. E’ un lavoro che ha bisogno di molta attenzione e di tempo, ma è un aspetto del nostro mestiere che curiamo molto, che è centrale nei nostri film.
Antonio: La fluidità dei nostri dialoghi dipende anche dal modo in cui giriamo. L’impostazione, in un certo senso, è teatrale. Preferiamo sempre lasciar andare la macchina e far completare il più possibile la scena agli attori. E così come c’è la vita nelle parole dei nostri personaggi, c’è anche la commedia, per il semplice fatto che la vita è fatta di molti momenti comici. C’è sempre stata la commedia nei nostri film, e sempre ci sarà. Forse è vero che andando avanti ce n’è un pizzico di meno, ma persino in Paura 3d non mancano momenti dove si ride.
A memoria ricordo di aver pensato, nella sequenza della metropolitana di Zora la vampira, a Un lupo Mannaro americano a Londra, di John Landis. Nel finale di Piano 17, quando Silvestrin striscia a terra ho pensato al Fantasma del palcoscenico di De Palma, se non a Gli intoccabili. Poi forse c’è Tarantino in certi dialoghi.. Dopo questa premessa, qual è il cinema che avete amato? Quello che di più, anche se inconsciamente, si riversa e si riflette nel vostro lavoro?
Marco: Il nostro cinema ha sicuramente i riferimenti di cui parli, più o meno inconsci. Forse Tarantino meno, non perché non ci piaccia, tutt’altro, ma perché il rapporto tra personaggi e dialoghi nei suoi film è qualcosa di davvero molto originale. Quindi secondo noi non conviene ispirarsi a sequenze tanto riuscite e connotate. Crediamo che imitare Tarantino possa mettere nei guai chi lo fa, perché è davvero bravo e particolare nello scrivere i dialoghi.
Antonio: E’ difficile dire qual è il cinema che più ci ha segnato. Per motivi anagrafici, di certo il cinema americano anni ’80, De Palma, Carpenter, Ridley Scott, che americano non è ma per certi versi è come se lo fosse. Alien è in assoluto il nostro film preferito.
Marco: Hitchcock, magari si vede meno, ma razionalmente è l’autore a cui più ci rifacciamo. I nostri genitori ci facevano vedere i suoi film quando eravamo piccoli. Poi lui è uno che ha parlato tanto, che si è spiegato e raccontato molto. E’ uno che i suoi trucchetti li ha svelati. Spesso quando una scena non ci riesce, ci chiediamo come l’avrebbe girata Hitchcock. Lui è quello che chiamerei più di tutti maestro..
Antonio: Credo che Hitchcock sia molto attento e bravo a dare ad ogni sequenza l’emozione esatta che quel momento richiede. E noi cerchiamo sempre di imitare questo da lui. O almeno ci proviamo. Lui è l’unico esempio razionale a cui ci rifacciamo, e forse amiamo De Palma perchè non prescinde da Hitchcock. Gli altri modelli dipendono dal fatto che ognuno si porta dentro ciò che ha visto e vissuto.
Marco: Direi che il De Palma che mi ispira è quello che sa muovere magistralmente la macchina da presa. Lui è l’unico regista che mi ispira per come gira, mentre Dario Argento è il regista che più di tutti mi ha fatto venir voglia di fare questo mestiere. Tendo a precisare una cosa, però. Noi veniamo spesso scambiati per registi cinefili. Io vorrei prendere un po’ le distanze da questa cosa, non perché non ci piaccia, ma perché noi non siamo esattamente dei cinefili. Noi siamo appassionati di certi film, e siamo stati molto colpiti da alcuni di questi. E tanti nemmeno ce li ricordiamo, sappiamo solo che ci sono rimasti dentro.
Avevo letto di Zora come di un film sul pregiudizio, e la stessa cosa l’ho risentita per Wang. Come mai tanta attenzione a questo tema?
Marco: Se c’è una caratteristica che abbiamo in comune Antonio ed io, è che siamo ossessionati dall’idea che nulla è come sembra a prima vista. Spesso si ragiona sulle cose in modo standardizzato, quando la realtà è ben più complessa. E questo nostro modo di essere e di osservare la vita, entra sempre nel nostro cinema. E’ qualcosa che sta in tutti i nostri film. Anche in Piano 17 non tutto è quello che sembra. Assolutamente in Paura non tutto è quello che sembra. Anche un nostro film che si intitolava Cavie, che non è mai stato visto da nessuno (è stato proiettato solo una volta al Festival di Courmayeur) parla di questo. E’ un film che va contro chi cerca di spiegare o di dare una definizione alle cose prima di averle capite. In Wang questo discorso è molto forte, non è detto che un torturatore sia un poco di buono, per esempio.
Ricordiamo un attimo Cavie, come nacque e di cosa parla?
Marco: Avremmo dovuto realizzare su commissione un cortometraggio nel quale recitassero tutti gli attori iscritti a un corso di recitazione. Solo che erano tredici ed era per noi difficile scrivere un corto nel quale recitassero ben 13 persone in par condicio. Così, presi dalla nostra tipica follia, abbiamo scritto un film in una settimana e ci siamo messi a girarlo, finanziato da questa scuola con un budget di poche migliaia di euro. È un film molto povero, con dei buoni momenti e con alcune punte di recitazione. Non è uscito perché gli attori erano quelli del corso, e non ci andava di doverlo spiegare prima di ogni proiezione..
Torniamo al pregiudizio nel vostro cinema..
Antonio: Sia in Zora che in Wang si parla di pregiudizio razziale. In Wang vediamo due tipi di pregiudizi entrambi esistenti nella nostra società. Uno è quello dello straniero giudicato sempre attraverso lo stereotipo della vittima. Il concetto non è “siamo uguali”, ma “poverino aiutiamolo”. Noi odiamo talmente tanto questa cosa che preferiamo far essere Wang il cattivo.
Quando avete realizzato Wang avete pensato prima alla storia o prima a fare un film di Fantascienza?
Marco: Noi pensiamo che il cinema abbia il compito di emozionare, per riflettere ci sono tante altre cose. Inevitabilmente, quando scriviamo e giriamo, viene fuori la nostra visione del mondo, quello che pensiamo cade nella pagina, e spesso lo capiamo addirittura a posteriori. Io credo, però, che l’emozione sia qualcosa di alto e la riflessione qualcosa di basso. Ma per emozionare bisogna giocare con l’alto e col basso, muoversi su queste due linee parallele. A volte inserire le grandi ideologie o i grandi temi in film thriller o in generale di genere, può aiutare ad emozionare di più. Quindi noi pensiamo assolutamente che il fine ultimo sia l’emozione, ma usare i grandi temi importanti, le problematiche serie, può aiutare a veicolare le emozioni. Noi vogliamo gli spettatori dalla nostra parte, per emozionarli..
Antonio: Quando scriviamo non pensiamo a un genere, ma a un plot. Vogliamo far appassionare alla storia, e l’ideologia è uno degli strumenti che abbiamo per farlo. Per un po’ di tempo ci siamo pentiti del modo didascalico e troppo esplicito con cui abbiamo usato certi temi, penso a Zora. Perchè chi vuol fare il cinema di genere in Italia, è un po’ in guerra con chi fa il cinema di contenuti, dicamo. Noi non ci sentiamo in guerra con nessuno, noi facciamo il nostro cinema e quindi non bisogna essere per forza diversi dagli altri. I film hanno anche un contenuto. Noi pensiamo a delle cose e le mettiamo nei film. non vogliamo che la gente vada a vedere il nostro film per i grandi temi toccati, ma vogliamo che il nostro spettatore provi stati d’animo forti e diversi tra loro, dal divertimento alla paura, e che ci ami per il valore cinematografico dei nostri film.
Avete definito Paura “un film malato sopra la media”..
Marco: Paura analizza alcuni sentimenti umani terribili. Per scriverlo e girarlo ci siamo dovuti veramente calare dentro menti malate all’estremo. Affrontiamo vari tipi di malattie, da quella del ragazzo insoddisfatto che fugge alla noia della sua quotidianità autodistruggendosi, alla malattia dell’uomo che può avere tutto tranne l’affetto e pensa di poterlo trasformare in possesso..
Antonio: Paura parla di quanto il modo in cui sei stato educato segni la tua vita, e di quanto l’amore, che è un sentimento bellissimo, possa diventare orribile e malato se tu vieni educato male. Ecco i grandi temi di cui si occupa il film. Malattia in quel senso..
Marco: il film ha cinque personaggi che raccontano tre tipi di malattia, e per raccontarli siamo entrati dentro quel dolore, sentendone anche noi, perchè in piccola parte tutti lo conosciamo. cercato di trovare la tenerezza in qualcuno che bacia una testa mozzata, e questo fa male perché stai dicendo qualcosa che è meglio non dire..
Antonio: Ci sono film horror più leggeri di questo, che è un pò sopra la media. Esiste un horror leggero, che a noi piace, ci fa divertire, ma in questo caso siamo scesi un pò più dentro l’animo nero delle persone. Questo non significa che il film abbia anche dei momenti più leggeri, come poi avviene in tutti i nostri film. Non è però un film pesante per lo spettatore, non è respingente.
Marco: il nostro non è un film respingente, noi non siamo provocatori gratuiti ma delle persone che mettono se stesse nei film, e quindi il punto di vista di Paura è sano. Abbiamo solo cercato di accettare e capire tante malattie. E’ un monito contro l’autodistruzione, conto l’amore inteso come possesso.
A distanza di poco tempo siete tornati a lavorare con Francesca Cuttica. Perchè l’avete scelta di nuovo dopo Wang?
Marco: Non c’è un motivo preciso. È brava e lavora in un modo che ci piace molto. Il che non significa che sul set non si discuta mai. Noi ci eravamo trovati molto bene con lei in Wang, film che secondo noi nessuna altra attrice avrebbe potuto fare così bene. Per Paura 3d abbiamo fatto molti provini, e solo dopo abbiamo pensato a Francesca. Il personaggio è molto provante, recita spesso nuda, si muove dentro vere cantine, anche con delle ambiguità proprie del personaggio. Molto del buono che c’è nel film è dovuto all’ottimo rapporto che abbiamo instaurato con Francesca. Per fare questo film ci voleva un attrice che si fidasse al cento per cento di noi. Che sapesse che noi non volevamo sfruttarla e basta. Forse attrici più grandi di età, o più navigate, non si sarebbero fidate di noi completamente. Del resto noi avevamo bisogno di un’attrice giovane per questo ruolo.

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